Las quetzalitas
Ottobre 2010

SOMMARIO
Julián Gaspar
Piano piano... mi sto innamorando di questa gente
Dalle strade del Guatemala
Intervista a Melina
La scuola del mojoca
Il ruolo delle donne nel Mojoca
Autogestione delle Mariposas
Lettera dei reclusi di Gradisca
Julián Gaspar
L’articolo che segue è stato tratto dal bollettino del Mojoca, “La Mano Amiga”, del mese di agosto. Ci sembra importante dare la prima pagina del nostro notiziario direttamente ai ragazzi del movimento.
Nel Mojoca abbiamo nella Scuola dell’Amicizia alcuni giovani che nonostante vivano nella strada, frequentano quotidianamente le lezioni e ottengono ottimi risultati. Uno di questi è Julián.
Il suo nome completo è Julián Gaspar Monroy. Ha 23 anni e un carattere molto riservato. E’ originario di Coxom, del dipartimento di Totonicapán. I suoi genitori sono morti in modo tragico quando aveva appena quattro anni. Questo fatto ha segnato la sua vita.
Julián visse in casa di due zie, assieme a tre cugini. I suoi fratelli, un maschio e due femmine, presero strade diverse. Nel tempo, suo fratello finì in strada anche se Julián non ha sue notizie; le sue sorelle sono attualmente sposate.

All’età di dieci anni, i mariti delle zie lo indussero a consumare alcool, che divenne una abitudine e provocò che lo mandassero via di casa. Il nostro amico viaggiò verso la capitale e non sapendo dove andare, dopo aver girovagato senza meta conobbe il gruppo di strada della Terminal e si unì al gruppo.
Quando era sulla strada, Casa Alianza lo accolse e gli offrì la possibilità di studiare e di addestrarsi in falegnameria, panetteria e altri mestieri. Nel tempo, con l’appoggio dell’istituzione diventò indipendente, trovò un lavoro come falegname e una stanza dove dormire nella città di Antigua Guatemala.
Ma un contrattempo colpì la sua vita. Julián fu vittima di un furto dove gli rubarono soldi, documenti e una bicicletta, il suo mezzo di trasporto. Non potendo pagare l’affitto della stanza, la proprietaria lo mandò via e gli disse che si sarebbe pagata la mensilità con le poche cose che Julián aveva nella sua stanza. Ancora una volta finiva sulla strada. Aveva allora 18 anni.
Julián fece ritorno alla capitale e al suo vecchio gruppo dei compagni della Terminal.
Facendo parte del gruppo, riceveva la visita del gruppo di strada del Mojoca e partecipando alle iniziative è stato invitato a visitare la sede del Movimento nella 13° strada della zona 1, prima durante i sabati (giorni d’iniziazione) e, successivamente, tutti i giorni alla scuola dell’Amicizia. Da gennaio di quest’anno fa parte della nostra scuola.
Julián attualmente è iscritto alla prima fase (prima e seconda elementare), anche se ha conoscenze superiori. Casa Alianza ha chiuso le sue attività l’anno scorso e non si hanno i documenti degli studi realizzati in quel centro; per questo Julián non ha altre alternative che rafforzare le sue competenze per ottenere il diploma di questa prima fase. Le sue qualifiche sono ottime: Linguaggio 95, Matematica 99, Scienze 83 e Formazione Storico-sociale 100. In strada, Julián soffre le stesse avversità dei suoi compagni di gruppo: freddo, attacchi della polizia municipale, il pericolo di essere aggredito dai sicari pagati dai venditori della Terminal, ecc. Ci ha confidato che si sente bene nel Mojoca perché così non consuma molte droghe.

Il nostro compagno ha un atteggiamento critico verso i giovani che vivono nella Casa degli Amici.
Allo stesso modo degli altri ragazzi che arrivano dalla strada alla Scuola dell’Amicizia, percepisce che quelli che vivono nella casa hanno un certo sentimento di superiorità e causano problemi e molestie a quelli che sono ancora in strada. Per questo Julián è stato chiaro nel dire che non vuole entrare alla Casa degli Amici. Le sue mete sono principalmente abbandonare le droghe e tornare dalla sua famiglia a Totonicapán dove potrebbe trovare un lavoro.
L’osservazione di Julián dev’essere presa in considerazione per valutare il lavoro che facciamo con i ragazzi della Casa degli Amici. Per questo dobbiamo appoggiare il nostro amico nei suoi studi e aiutarlo a raggiungere la sua famiglia quando si senta preparato.
(dal Bollettino del Mojoca - traduzione di Nora Habed)
Piano piano mi sto innamorando di questa gente
Daniele GUOLI
Pubblichiamo anche in questo numero un brano tratto dal diario di Daniele Guoli che ha fatto il tirocinio in psicologia presso il Mojoca nel 2008. Il diario completo è stato pubblicato sul nostro sito www.amistrada.net. Riteniamo che Daniele, con i suoi scritti, ci mostri attraverso sentimenti, parole ed emozioni personali, un aspetto diverso e interessante del Guatemala e della sua gente.
Il fumo della sigaretta si attorciglia intorno alla mano, poi sale, segue la luce della candela, girandole intorno, infine sparisce alla mia vista.
Piano piano mi sto innamorando di questa gente. Sono molto riservati, ma disponibili, ospitali, e umili. E’ giusto, penso, un poco contraddicendo le mie critiche di altri momenti, che non si aprano, a uno straniero. E’ giusto che incontrandoti ti sorridano, ti ascoltino, ma poi tengano celata la parte più intima. E per scoprirla ancora tempo, occorre, che impari prima a parlargli nel modo giusto, a guardarli nel modo giusto.
E questo distacco che pongono mi attrae ancora di più, il desiderio di far parte di loro si accende, di entrare nei loro costumi, di saper parlare ad un bambino, alla madre che lo abbraccia, di poter sorridere con loro dello straniero goffo, di entrare nel corpo di una ragazza madre, per guardarla negli occhi mentre mi accetta, di sapere del suo odore, di colorarmi delle sue mani, di respirare i loro respiri, e il loro modo di studiarti, di riceverti, di sorriderti. Il desiderio di sentirmi rapito dai loro difetti, per condividerli e amarli, di conoscere che pensano, di pensare ciò che conoscono. Perché il nero dei loro colori illumini le mie ombre; schiariscano le mie curve stanche, allietino le mie angustie.
Seduto sul gradino colgo non lontano la mano dura di una vecchia, protesa ad un’altra; contrattano le due mani, sostenendolo, un pollo vivo; i corpi, non slanciati, si fronteggiano, e su di essi la luce del sole ne accentua i contrasti, le insenature, i difetti dorati.
Forse vorrei essere il pollo, essere al centro di un dibattito, di un confronto, di un momento della loro vita, di una parte fondamentale nei loro gesti, di essere la continuazione dei loro corpi, affinché questi si uniscano.
Vorrei che mi tirassero il collo, affinché col mio sangue riesca a macchiare la loro quotidianità, sporcare la loro luce, tingermi delle loro rughe.
Vorrei che mi colpissero, affinché la mia voce di dolore si mescoli con loro, componga una nuova musica, si elevi tra le altre e insieme costruiscano un nuovo mercato, dove il mio viso si immerga negli altri, come una fiumana che passa, si snodi in rami, in rivoli densi del colore del caffè; ed io mi smembri nella polpa che nutre la terra che calpestiamo.
Torno a osservare il fumo, che grigio tenta invano di abbracciare la bottiglia; esso invece vi si riflette, prende un altro giro, si alza, e poi sparisce.

Dalle strade del Guatemala
Gérard Lutte
Care amiche e cari amici delle ragazze e ragazzi di strada,
dopo settimane di silenzio, dovute a problemi di salute che hanno fatto ritardare il mio viaggio, vi mando la prima lettera, non dalla strada, ma sulla strada.
Sono quotidianamente in contatto con il Mojoca con mail e skype, soprattutto con i giovani del Comitato di Gestione, con i dipartimenti di amministrazione e di contabilità, con la casa delle bambine, bambini e delle giovani donne.
Nora, che doveva accompagnarmi per un mese, è andata da sola e ha fatto un buon lavoro di supervisione e di formazione. Spero che vi comunicherà la sua visione del Mojoca perché sono utili punti di vista diversi.
PIOGGE TORRENZIALI DA DUE MESI
Tempeste tropicali, piogge torrenziali da almeno due mesi, stanno causando danni incalcolabili, slittamenti di terreno che seppelliscono decine d persone, distruzione di tronchi di strade intercontinentali che rendono impossibili le comunicazioni. E, come sempre, i più colpiti sono i poveri.
Molte Quetzalitas con i loro figli, molti giovani che vivono in condizioni precarie con i loro figli spesso in casupole costruite al bordo di un burrone in una delle tante baraccopoli delle capitale, sono in pericolo.
Molte bambine e bambini delle nostre ragazze sono con la mamma in uno squallido ospedale pubblico per una bronco-polmonite e, circa un mese fa, è morto nell’ospedale generale San Giovanni di Dio, un bambino di cinque anni che viveva nella casa dell’Otto Marzo, con la mamma Myriam e la sorellina Mishell.
BANDE CRIMINALI HANNO IL CONTROLLO DI ZONE SEMPRE PIÙ ESTESE DEL TERRITORIO
Come negli anni della guerra civile in Salvador c’erano zone libere controllate dalla guerriglia, il Guatemala ha sempre più zone e quartieri liberi dominati da bande di delinquenti e dove l’esercito e la polizia non osano entrare.
E’ il caso di “El Limòn”, quartiere periferico della zona 18, dove ho vissuto per dieci anni nella casa del mio grande amico Piero Nota.
Piero fu costretto alcuni anni fa a tornare in Italia con la famiglia che viveva con lui perché, dopo minacce senza effetto, i narcotrafficanti fecero irruzione nella casa obbligandoli all’esilio. Il loro lavoro con i giovani sottraeva manodopera; molti dei nostri giovani vivono al Limòn o in quartieri e baraccopoli simili in condizioni di pericolo. Lì i prezzi per affittare una o due camere sono più bassi perché la gente fugge altrove e chiudono i negozi.

HANNO ASSASSINATO ERIKA
La chiamavano “la Coniglia.” Era stata la compagna di uno dei capi più crudeli e temuti di una "mara" che dal carcere continua le sue attività criminali. Da lui aveva avuto un figlio, poi era entrata alla casa delle ragazze dove aveva fatto progressi spettacolari.
Lavorava come aiutante cuoca, ebbe un secondo figlio. Il primo era geloso, non mangiava più, regrediva perdendo il controllo degli sfinteri. La madre tentava di risolvere i problemi con le maniere forti. Alcuni proponevano di castigarla, invece, con Naty che era di turno in casa, le abbiamo spiegato le ragioni del comportamento di suo figlio e consigliato un modo diverso di trattarlo. Lo fece ed in poco tempo la situazione cambiò radicalmente, madre e figlio vissero il tempo più bello, penso, della loro vita.

Dopo, lei trovò un altro compagno e andarono a vivere tutt’e quattro in una camera affittata. Dopo una breve luna di miele, cominciarono i problemi, i colpi, la droga. Si separarono, persero tutto ciò che avevano, lei tornò nella strada. Aveva conservato legami con l’ex-compagno delle maras. Fu arrestata e incarcerata. Liberata ritornò alla stessa vita dopo aver dato i figli a un giudice che li rinchiuse, povere creature, in un’istituzione dove non abbiamo il diritto di visitarli. Il loro futuro è incerto, in bilico tra l’adozione e la strada.
Poi la conclusione tragica della breve vita di Erika, ritrovata assassinata giovedì scorso. In me si mescolano sentimenti diversi: il dolore per la perdita di una persona cara con la quale ho vissuto nella nostra casa e il gusto amaro della disfatta perché non sono, non siamo stati capaci di salvare lei ed i suoi figli. Abbiamo ancora molto da imparare su come dare una mano a chi esce dal carcere e che spesso fa paura per i suoi legami con le maras. Abbiamo ancora molto da apprendere per dare la priorità a chi ne ha più bisogno.
FINALMENTE INIZIA L’IMPRESA DEL MOJOCA CHE SI CHIAMERÀ PROBABILMENTE “LABORATORI SOLIDALI”
Hanno lo scopo di dare un lavoro alle ragazze e ragazzi usciti dalla strada o che vogliono uscirne, a partire dai nostri laboratori di pasticceria e di sartoria. E, possibilmente, di trarne benefici per sovvenzionare le altre attività del Mojoca. E’ dal 2007 che se ne parla e dal 2008 che si cerca la via per realizzarla.
Avevamo dovuto prendere atto del fallimento dei programmi di micro-imprese e di inserimento professionale e l’INA-FICT, tramite l’instancabile Vincenzo Castelli, ci proponeva una sovvenzione per tale iniziativa con finanziamento dalla Cooperazione italiana.
L’iniziativa non era facile: bisognava trovare persone capaci di mettere su un’impresa con giovani non abituati a lavorare e trovare la via che permettesse ad un’associazione non lucrativa di portarla avanti. Fu l’oggetto della prima riunione del Consiglio d’Amministrazione appena arrivai in Guatemala con Nora. Chiesi a Mirna Cuté, che studiava in una facoltà di amministrazione d’impresa, se non voleva accettare la responsabilità dell’impresa e si dimostrò subito interessata..
Ma i tempi non erano maturi. Tutto fu bloccato nell’agosto 2008 con i tentavi di estorsione e le minacce di morte contro alcuni di noi e la rinuncia dell’amministratrice dell’epoca. Molti avevano paura, alcuni pensavano a dimettersi. Non era il tempo per nuove iniziative.
Bisognava rassicurare prendendo misure di sicurezza, mantenere in piedi le attività esistenti, cercare una nuova amministratrice.

Tutto questo succedeva mentre si ricostruiva la casa della tredicesima strada e con le attività disperse in vari locali. Furono necessari quasi due anni per trovare la formula che ci permettesse di emettere fatture. Abbiamo scartato, dopo uno studio attento l’idea di società anonima o personale perché avrebbe dato ad altri l’impresa del Mojoca, e anche la cooperativa perché era impossibile per noi avere i requisiti richiesti dalla legge. Altre proposte furono rifiutale dall’Ufficio delle Entrate e finalmente i nostri revisori dei conti hanno ottenuto il permesso di emettere fatture per prodotti dei nostri laboratori senza perdere il nostro statuto di associazione non lucrativa esente da imposte.
Nell’agosto di quest’anno Patty Garcia, che era la responsabile dei laboratori, delle micro-imprese e del reinserimento professionale, ha rinunciato al suo lavoro.
Le circostanze erano favorevoli a rilanciare la proposta di affidare a Mirna la responsabilità dei laboratori solidali della quale non avevo cessato di parlare con lei durante i due ultimi anni. Nora ha saputo cogliere questo momento favorevole per riproporre questa idea.
Mirna inizia il suo nuovo lavoro questo 16 settembre con un contratto a progetto che prevede, però, un impegno minimo di ¾ del tempo normale di lavoro. Potrà unire studio e pratica.
Spero che potrà raggiungere in modo ragionevole gli obiettivi del suo contratto in un clima di amicizia e di collaborazione con tutto il Mojoca.
A lei e a tutto il Mojoca i miei affettuosi auguri di riuscita.
ALTRI CAMBIAMENTI
Melina Garcìa è stata nominata alla Otto al posto di Mirna. E’giovane, ma molto apprezzata dalle ragazze e dalle bambine e dai bambini della “Casa Otto Marzo” e penso che lavorerà in armonia con Naty e contribuirà allo sviluppo della casa.
Affettuosi auguri anche per lei e per tutta la comunità delle ragazze.
Prepariamo altri cambiamenti per l’inizio del 2011.
I notevoli progressi della nostra scuola con tre maestri nuovi – si prevedono promozioni almeno dieci volte di più rispetto all’anno scorso – sono la prova che bisogna avere il coraggio di compiere i cambiamenti necessari.
LE LEZIONI DI UNA CADUTA
I problemi di salute, conseguenza di una mia caduta all’inizio di giugno, rendono più necessaria che mai la partecipazione di tutti, in Guatemala, in Italia e in Belgio.
Spero di avere il tempo necessario per formare i quadri del Mojoca. Persone esperte a livello internazionale come Ellen, Verryt o dirigenti di ONG locali o di sindacati, apprezzano molto la nostra presidente per la sua visione della società, la sua capacità di elaborare rendiconti descrittivi e di elaborare progetti. Dimostra anche doti di mediatrice, comprende bene il nostro progetto. La sua esperienza e la sua elaborazione della sua vita di strada le danno una grande sensibilità sociale.
La nostra psicologa ha fatto grandi progressi nel suo lavoro professionale ed è una buona formatrice.
Purtroppo ci lascia la seconda psicologa, Patty Morales, perché si sposa e va a vivere in Perù. Ha lavorato molto bene con le Mariposas e riusciva a far parlare dei loro problemi le bambine e i bambini che subivano violenze sessuali.
Il settore di contabilità è efficace, la segretaria lavora in modo eccellente.
I nuovi maestri sono molto bravi e, chi più chi meno, tutti i giovani del Comitato di Gestione si sono responsabilizzati maggiormente.
Tutte e tutti commettono errori, devono migliorare, ma la mia visione del personale è positiva.
Ma più che mai, care amiche ed amici, le ragazze ed i ragazzi di strada e del Mojoca hanno bisogno della vostra amicizia per realizzare i loro sogni.
Un cordiale abbraccio. Gerardo

Intervista a Melina
Laura GARRUSSO
Presentazione
Il mio nome è Melina Guadalupe Garcia Villatoro, ho 24 anni, il lavoro che ho svolto finora nel Mojoca è stato coordinatrice del programma di salute fisica e della casa delle ragazze, la Otto di Marzo, dove da poco ho iniziato a lavorare come operatrice, dato che l’obiettivo del Mojoca è fare diventare i coordinatori operatori per gestire il movimento; per questo mi è stata data l’opportunità di assumere questo nuovo ruolo.
La storia di Melina
La mia storia inizia quando avevo 7 anni e mia madre mi lasciò in un orfanotrofio chiamato "Casa Hogar Nuestra Señora de la Piedad" (Casa Famiglia Nostra Signora della Pietà); in questo luogo ho sofferto troppo, dal momento che mi lasciavano senza mangiare quando mi comportavo male, mi picchiavano e ricevevo molte punizioni, come stare in piedi sotto il sole; ma il peggior castigo che mi diedero e che segnò la mia vita per sempre è che non mi lasciavano vedere mio padre; ricordo che in cinque anni trascorsi in questo posto lo vidi solo due volte i primi anni.
Da allora non lo rividi mai più, passarono gli anni e diventai sempre più ribelle e disobbediente. Ricordo che un giorno la Direttrice dell’Istituto mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che io ero molto cattiva e mi comportavo molto male, pertanto mi avrebbe detto qualcosa per vedere se io cambiavo: mi disse che mio papà era morto. Io avevo dodici anni e quando ascoltai questa cosa, sentii che il mio mondo si frantumava in piccoli pezzi.
Allora presi la decisione di scappare dall’Istituto, cercai mia madre ma lei non mi diede aiuto, così mi lasciò da mia sorella che lavorava in una istituzione per ragazzi di strada.
Sono stata lì tre mesi, dopo me ne andai perché il padrone mi molestava sessualmente e non mi aiutava per niente ed il mio più grande sogno era studiare, dato che quando avevo sei anni mio padre mi insegnò a leggere.
Così presi un’altra decisione, me ne andai da questa istituzione e cominciai a lavorare per poter tornare a studiare; però mi andò male, perché al primo lavoro si accorsero che il tribunale dei minori mi cercava e lo usarono come pretesto, per tre anni per sfruttarmi sotto ricatto.
Mi ricordo che mi pagavano 200 quetzales al mese (20 euro), però continuai a lavorare e, così come potevo, anche a studiare alla scuola notturna. Un giorno incontrai di nuovo mia sorella e lei mi parlò del Mojoca, ma io le dissi che non volevo più sapere nulla di istituzioni, viste le cattive esperienze precedenti. Passò altro tempo e lei mi cercò e mi tornò a parlare del Mojoca; mi invitava almeno a conoscerlo; io, poiché avevo visto un cambiamento molto positivo in lei, le dissi che sarei andata ma, se non mi fosse piaciuto, mi sarei ritirata subito e lei disse che era d’accordo.

Ricordo che quando arrivai al Mojoca avevo quindici anni. Arrivai una domenica ad una riunione del gruppo delle quetzalitas; fu faticoso per me adattarmi dato che ero la più piccola e l’unica che non aveva figli; ciò nonostante col tempo mi accettarono con i miei difetti e le mie qualità, e mi accettarono così com’ero malgrado il mio carattere… nessuno provò a cambiarmi. Ricordo che quando io arrivai Gerardo era in viaggio, e quando tornò mia sorella mi portò nel suo ufficio e me lo presentò. Da quel momento stesso mi accorsi che era una persona molto speciale e mi ricordo anche che quando andavo a las quetzalitas cercavo sempre il tempo per parlare con lui, perché mi piaceva molto la sua compagnia e con lui mi sentivo amata rispettata e valorizzata per quella che ero.
Gerardo e il Mojoca segnarono una nuova tappa nella mia vita, mi diedero l’opportunità di cercare un lavoro migliore, grazie alle riflessioni che si facevano alle riunioni della quetzalitas; così appresi molte cose dei bambini e trovai un lavoro come baby-sitter presso una famiglia che mi accolse molto bene ed ebbi così l’opportunità di studiare.
Per questo lavoro mi pagavano molto bene, così rinunciai alla borsa di studio che mi davano al Mojoca, dato che il mio stipendio bastava per mantenermi agli studi.
Tutto andava bene, finché all’improvviso un giorno, mentre ero al lavoro, vedendo il telegiornale seppi che avevano appena assassinato un autista, quell’autista era mio fratello. Il mio mondo si disintegrò nuovamente, crollò perché il fratello che si prendeva cura di me e mi dava più amore se ne era andato per sempre. Abbandonai gli studi di perito contabile, perché non volevo più saperne nulla. Dopo un po’ però ripresi i miei studi decidendo di studiare per diventare segretaria d’azienda. L’anno scorso mi sono diplomata ed ho svolto il mio tirocinio presso il Mojoca.
Da due anni vivo con mio marito, che grazie a Dio è un uomo meraviglioso e mi appoggia in tutto. Quest’anno sto studiando psicologia, sono al primo semestre.
Che pensi del futuro del Mojoca?
Penso che come movimento autogestito dai giovani e rispetto al fatto di diventare noi stessi responsabili del nostro stesso movimento, ogni giorno di più si sta compiendo un passo in questo senso. Penso che l’anno prossimo sarà più difficile perché verrà a mancare una sovvenzione economica molto importante per il Mojoca, però si proseguirà lottando come è stato finora. Se si riuscisse a realizzare l’impresa di strada sarebbe un risultato molto importante per il Mojoca così come per tutti i giovani, dato che grazie a quest’impresa avranno l’opportunità di un lavoro degno. Penso che se tutti e tutte continueremo a lavorare uniti il Mojoca avrà un gran futuro; chiaramente come tutte le organizzazioni avremo anche crisi e ostacoli da superare.
Come ti è sembrata l’Italia ed i giovani del nostro paese?
Beh, il paese mi ha affascinato tanto, le sue regioni sono belle, e la gente che ho conosciuto della rete che ci appoggia mi ha fatto una buona impressione, belle persone;, poi guardando in giro ed osservando bene i giovani italiani, mi sono accorta che non si interessano alla vita del paese, non si lasciano coinvolgere, non gli piace esprimere la loro opinione. Sono pochi i giovani che stanno partecipando attivamente. Ma nel complesso il paese mi ha incantata, ed in futuro, chissà, mi piacerebbe ritornarci per conoscerlo meglio.
Che ne pensi delle assemblee a cui hai partecipato?
Tutte le assemblee a cui ho partecipato mi sono sembrate straordinarie, perché tutti si riuniscono con un solo obiettivo: cercare risorse per il Mojoca, si organizzano molto bene; ma quello che mi ha sorpresa di più è che tutti i volontari e le volontarie non sempre ci conoscono di persona, anzi; ma questo a loro non importa e ci appoggiano ugualmente. Mi ha colpita la fiducia che ci danno, il credere in un ragazzo di strada, il credere che può essere qualcuno d’importante, che può cambiare la sua vita … beh questo è molto importante per una persona e lo stare lontani e il non vedere ciò che facciamo, non impedisce loro di credere in noi e tutto ciò che fanno per cercare donazioni, non ha prezzo.
Che pensi di Amistrada?
Per me è stata una sorpresa vedere che le persone che ci appoggiano sono in maggioranza persone adulte, mi è piaciuto il lavoro che fanno nella sede di Amistrada e per cercare fondi al Mojoca, sono tutti uniti e organizzati; inoltre Nora è andata via da poco da qui e si vede che il lavoro che fanno per noi, lo fanno con molto amore e con la voglia di rendere migliore il nostro futuro.
La scuola del Mojoca
I tre maestri che lavorano da alcuni mesi nella scuola del Mojoca provengono dal PENNAT (Proyecto educativo ninos, ninas, adolescentes trabajadores). Qui di seguito presentiamo ai nostri lettori la metodologia del Pennat, che, nella scuola dei giovani di strada, viene interpretata in modo flessibile. Diamo anche alcuni brevi cenni biografici dei tre maestri impegnati nella scuola, poiché riteniamo che sia interessante conoscere le persone che contribuiscono alla vita del Mojoca.
Remo MARCONE
LA METODOLOGIA
Nelle attività educative del programma si impiega una metodologia interattiva, partecipativa e interculturale, nella quale si combinano tecniche distinte e si applicano princìpi derivati dai Diritti del bambino, dal Protagonismo integrale, dall’Educazione popolare, dalla Autogestione e dal Linguaggio integrato.
I diritti di bambini, bambine e adolescenti di partecipare pienamente a ciò che li riguarda, furono approvati nella celebre Convenzione su questa materia, nel 1989, e della quale il Guatemala è firmataria. In virtù di questo documento si riesce a concettualizzare sulla fanciullezza e sull’adolescenza e si stabiliscono le basi della non-discriminazione, la partecipazione, il riconoscimento della condizione di soggetto sociale di diritti e il superiore interesse del Bambino. Questo è il riferimento legale del codice della fanciullezza e della gioventù, che in Guatemala ancora si trova nel processo di approvazione e di messa in vigore.

Il diritto di partecipazione dei bambini a tutto ciò che li riguarda è il punto di partenza per ottenere il raggiungimento pieno dei diritti e per riuscire a garantire l’attuazione del principio del superiore interesse del bambino: nell’opera educativa del Pennat, rivolta a bambine e bambini lavoratori, ciò è di grande importanza.
La promozione del Protagonismo integrale di bambini, bambine e adolescenti è un altro dei principi sui quali si appoggia il programma educativo, perché permette una migliore comprensione del valore e della richiesta di partecipazione degli attori; permette anche di mettere insieme una immagine reale delle loro necessità e tendenze. Facilita il bambino a ritrovare la sua condizione di soggetto e attore ed il suo diritto ad avere un’opinione, ad avere voce e partecipare a tutto ciò che lo riguarda.
Il protagonismo deve anche favorire la costruzione di uno stile di vita: una concezione scientifica della società e delle relazioni che si stabiliscono in essa, in un clima di comprensione, affetto e creatività che fa parte dell’interesse superiore del bambino. Nel caso specifico dell’opera educativa riguardante bambini, bambine e adolescenti lavoratori, l’educazione popolare acquista grande importanza perché permette di “ vincolare” gli allievi con la realtà e raggiungere un’analisi critica e problematizzatrice, che permetta di scoprire le cause reali che generano i cambiamenti nei fatti e nelle situazioni con lo studio, così come le alternative per la risoluzione dei problemi.
In questa analisi si includono le cause della propria situazione, che li ha inclusi nella fanciullezza lavoratrice e che chiaramente è una situazione precaria, e che necessita di norme, per non disturbare lo sviluppo fisico, intellettuale e morale al quale hanno diritto i bambini e le bambine lavoratori. Per raggiungere lo sviluppo di queste attitudini è necessario sollecitare il protagonismo di queste persone, in maniera tale che permetta loro di identificare le vere cause per le quali esiste il lavoro minorile nel nostro paese e, a volte, trovare alternative per la propria vita futura, che le aiuti a costruire una speranza, in cerca di un maggiore benessere materiale e spirituale, e che garantisca la loro salute mentale.
L’autogestione è un altro principio dell’Educazione popolare, che consiste nel dare piena partecipazione all’allievo, per la scoperta e l’elaborazione delle conoscenze. L’atteggiamento assunto dagli educatori deve, conseguentemente, essere quello di facilitare l’apprendimento, utilizzando come premessa le loro diverse esperienze, arricchite con nuove conoscenze derivate dal lavoro collettivo e dalla prassi. In questo modo gli allievi e le allieve scoprono, attraverso se stessi, le conoscenze di cui necessitano.
Una modalità dell’autogestione si riferisce all’“interapprendimento”, che consiste nell’arricchire le conoscenze e le esperienze con l’appoggio degli altri, che possono essere i propri compagni, i familiari o i membri della comunità. L’interapprendimento si può ottenere mediante l’organizzazione del collettivo in coppie o gruppi di lavoro o nei diversi ambienti in cui opera l’allievo. Bisogna tenere presente che le conoscenze, le esperienze e le informazioni, che si utilizzano nei gruppi di lavoro, acquistano un effetto moltiplicatore quantitativamente e qualitativamente.

Un’altra corrente pedagogica che può essere complementare nella metodologia del Progetto, consiste nel Linguaggio integrato, che si chiama così per essere pienamente integrato nel processo di apprendimento degli allievi, che usano il linguaggio in molti luoghi: nelle proprie case, nel lavoro, con i compagni ecc., senza sottoporlo a frazionamenti, dato che lo esercitano con naturalezza, quando è necessario per esprimersi ed esso proviene dalla realtà. Proviene dal domandare e dal rispondere, dall’ascoltare domande e dall’ascoltare risposte.
Si chiede loro di scrivere ciò che gli succede, in modo che possano analizzare le proprie esperienze e condividerle con gli altri; si stimolano nello stesso modo a leggere per informarsi e per poter maneggiare la parola orale e quella scritta. Questa modalità è una buona premessa per i requisiti curriculari del Linguaggio e della Comunicazione espressiva che contiene il programma di studi.
In sintesi si può dire che la metodologia del “ Progetto educativo dei bambini, delle bambine e degli adolescenti lavoratori “ (Pennat) si propone la formazione integrale degli allievi, a partire dalla identificazione dei diritti del bambino contemplati nella Convenzione Internazionale promulgata nel 1989; prestando attenzione particolare al protagonismo dell’infanzia e all’autostima, come punti di partenza del processo educativo. Si nutre ugualmente con i principi dell’Educazione popolare, perché permettono di applicare procedimenti e strumenti adeguati per gli spazi di riflessione, nei quali l’educatore non è il dirigente unico del processo, perché c’è nei partecipanti una esperienza di vita che permette di esplicitare i propri interessi e necessità, con cui si può analizzare criticamente la realtà.
Il Linguaggio integrato, d’altra parte, contribuisce in modo efficace alla formazione degli allievi.
Tutti questi principi operano come un fondale di scena nell’attività didattica dell’Educatore, nello sviluppo e nell’applicazione del curricolo, per ottenere una formazione scientifica, critica e creativa di bambini, bambine e adolescenti lavoratori protagonisti del Programma educativo.
In Guatemala, per la sua composizione multiculturale e multilingue, si esalta l’interculturalità come un modo di rinforzare l’identità nazionale dei nostri popoli.

I MAESTRI DEL MOJOCA
Nancy: ha 26 anni ed è madre di 3 figli. Cresciuta in una famiglia senza padre ha dovuto lavorare da piccola. Maestra di Educazione primaria urbana e Disegno grafico, conosce il Pennat e fa esperienze educative con i bambini lavoratori (niñeros, lustrascarpe, acarreadores di materiali da costruzione e rifiuti). Partecipa alle lotte popolari per la casa. Esperienza educativa in Casa Alianza, poi al Mojoca.
Erick: ha 35 anni ed è di etnia Kechiquel. Ha pochi mesi quando, nel 1976, un terribile terremoto distrugge quasi tutta la sua famiglia. Vive un’infanzia molto povera e sogna di avere una bicicletta. Alterna scuola e lavori diversi. Studia per diventare maestro e con il Pennat lavora nella piccola scuola del Mercato Centrale. Altre esperienze educative, prima di entrare nel Mojoca.
Karen: ha 24 anni ed è Maestra di Educazione primaria urbana. Cresce in una famiglia senza padre ma con una madre straordinaria. Per aiutare la famiglia, da bambina, fa la venditrice ambulante. Vive in una zona popolare. Fa vari corsi per diventare Educatrice, poi si avvicina al Pennat, e fa esperienze educative con i bambini lavoratori dei mercati, ambulanti, lustrascarpe. Poi con i basureros della più grande discarica della Capitale, che mangiano ciò che trovano tra i rifiuti e vivono nei dintorni. Per problemi di salute deve allontanarsi da questo ambiente. Ora lavora nel Mojoca.
Il ruolo delle donne nel Mojoca
e la filosofia del Movimento
Nora HABED
Uno degli obiettivi iniziali del Movimento era proprio quello di far assumere alla donna un ruolo di pari dignità e di riconquistare i suoi diritti per secoli calpestati. In modo particolare, in una società come quella guatemalteca, il fatto di essere donna in una cultura maschilista, di origini indigene, di classi sociali emarginate e, in più, giovani, rappresenta una rivendicazione quotidiana dei suoi diritti fondamentali. Tutta l’amministrazione è nelle mani delle donne e delle donne sono i ruoli di massima responsabilità del Mojoca.

Anche la presidentessa della giunta direttiva del Mojoca è una donna con una esperienza di vita in strada. Questo prevalere di una visione femminile all’interno del Movimento, pur se comporta a volte un senso di ‘emarginazione’ da parte di alcuni giovani combattuti da una storia secolare di maschilismo, crea le basi di una visione di uguaglianza e di rivendicazione dei diritti sociali spesso più vissuti dalle donne per essere loro le più sensibili alla vita quotidiana, soprattutto quando si devono assumere in prima persona la responsabilità dei figli spesso abbandonati dai loro padri.
La ribellione della donna è ancora più forte perché più forte è l’esperienza di ingiustizie e di violenze subite. Proprio per questo, è lei la più determinata a cambiare scelte di vita. Interessante per questo, il rapporto uomini-donne tra i lavoratori: 8 uomini e 24 donne, senza includere la presenza di Gérard Lutte, coordinatore dei programmi e figura carismatica del Mojoca.
Un tema su cui si dibatte molto e su cui il comitato di gestione è molto sensibile, è quello del senso etico del loro lavoro e dell’importanza di mantenere alto lo spirito di servizio. Spesso nelle loro riunioni si sente ripetere parole quali “il cuore del nostro lavoro sono i ragazzi di strada”, “non dobbiamo dimenticare che sono loro il nostro obiettivo”, ecc.
Tutte queste persone convivono ogni giorno con il problema dell’emergenza: qualcuno del Movimento viene arrestato, qualcun altro picchiato selvaggiamente da un poliziotto, qualche coppia espulsa di notte dall’alloggio dove erano sistemati, qualcun altro che si scopre sieropositivo e bisogna intervenire per aiutarlo, qualcuna che è incinta e vuole accelerare il processo per uscire dalla strada… e il più triste di tutti, qualcuno che è morto assassinato. I problemi sono tanti e spesso devono prendere provvedimenti immediati per intervenire su casi di emergenza che sono quotidiani.
Sono comuni anche le discussioni su fatti interni alla casa: c’è chi è riuscito a portare la droga dentro, chi ha rubato un cellulare, chi ha messo le mani su qualche compagno, chi non vuole collaborare nella manutenzione della casa, ecc. Non è facile gestire 50-60 ragazze e ragazzi con interventi che non siano di controllo o punitivi, per far sentire che questo posto è diverso, che questa è la loro casa e che sono loro i protagonisti di ogni cambiamento. Non è facile soprattutto perché è un lungo processo di coscientizzazione e di creazione di rapporti interpersonali basati sulla fiducia e sul dialogo. E’ solo nel momento in cui il senso di fiducia è interiorizzato, che i ragazzi e le ragazze cominciano a cambiare perché cominciano a credere in se stessi.

Per chi ha vissuto una vita di non riconoscimento, il fatto di aver trovato qualcuno che crede in lui e che lo ascolta, è estremamente stimolante per iniziare a ripensare la propria vita e diventa uno dei fattori più importanti nella presa di decisione di lasciare la strada. In questo senso, tutti gli operatori del Mojoca sono coinvolti e per essi mantenere questo clima di accoglienza, di fiducia e di tolleranza, pur rispettando le regole della convivenza, non sempre è facile perché ci vuole una grande stabilità interiore e una profonda convinzione di ciò che si fa, oltre che una buona preparazione professionale.
A volte le misure prese sono troppo rigide, soprattutto quelle che riguardano le “sospensioni” a frequentare la casa per un periodo di tempo.
Chi non ha rispettato alcune regole dentro la casa (per es. non rubare, non introdurre droga, ecc.) viene sospeso ma si corre il rischio che non torni più.
A volte si è anche rigidi nel rispettare i tempi delle diverse fasi del processo (4 fasi di circa un anno).
Si rischia anche qui che il ragazzo o la ragazza si stanchino di rispettare questi tempi e abbandonino tutto. Si discute molto anche sul limite di età per aver diritto a partecipare alle diverse attività. Alcuni operatori sono a favore di criteri più flessibili analizzando caso per caso, altri, invece, temono di diventare troppo soggettivi nelle valutazioni e quindi di creare favoritismi.
Di tutti questi rischi gli operatori sono consapevoli e spesso chiedono consigli per poter migliorare il loro lavoro. E’ anche da tener presente che molti di loro, soprattutto per quelli usciti dalla strada, alcune problematiche le hanno vissute in prima persona e il loro contributo parte da quelle esperienze. Queste aiutano molto nelle decisioni da prendere.
Questo confronto costante tra gli operatori del Mojoca, tra chi ha fatto una vita di strada e chi non, è molto arricchente perché è il confronto tra due mondi che si rispecchia non solo in vissuti diversi ma anche in linguaggi diversi.
Credo sia molto interessante cercare di capire i cambiamenti delle persone anche attraverso la riappropriazione del linguaggio e il suo uso per arrivare nel tempo a significati condivisi. Lavorare sui concetti è un modo di allargare l’orizzonte educativo perché ogni concetto ha sempre una propria valenza. Per esempio, è molto comune sentire parole quali “libertà”, “rispetto”, “solidarietà”, “amicizia”, “tolleranza”, “esclusione”, ecc. Sono tutte parole-chiave che fanno parte della filosofia del Movimento.
Il concetto “libertà”, ha lo stesso significato per tutti? Spesso per chi ha fatto la scelta della strada, libertà è “fare ciò che si vuole”, oppure “non avere nessuno che ti comanda”. E spesso, dietro c’è il significato profondo del rispetto della persona.
Il prof. Lutte ha cercato in questi anni di stimolare la riflessione e di realizzare seminari sulla filosofia del Movimento, lavorando sulle parole-chiave che vengono fuori dalle risposte degli operatori per arrivare insieme a significati condivisi. Inoltre, conservare nella memoria e nella filosofia del Movimento, i valori della strada: l’amicizia, la condivisione, l’ascolto, il non possesso e l’accumulo dei beni materiali, l’altruismo, l’intelligenza e la creatività.
Fare di questo progetto pedagogico un recupero dei valori della strada senza le sue connotazioni negative e proporlo come una alternativa ai disvalori vissuti e proposti dalla società.

L’AUTOGESTIONE DELLE ‘MARIPOSAS’
Il programma delle ‘Mariposas’ è diviso in gruppi in base all’età delle bambine e dei bambini e questi hanno diversi nomi: Capullos, Orugas e Mariposas (Boccioli, Bruchi e Farfalle)
Il gruppo delle bambine e dei bambini che superano i sei anni si chiama ‘Mariposas’ ed è organizzato con compiti per promuovere l’autogestione nel programma.
I compiti consistono nel seguire l’ordine e l’igiene della stanza, nel fare l’appello della presenza delle compagne e dei compagni e nel collaborare con la bambinaia incaricata del gruppo; prendere decisioni ed eleggere i nuovi leaders.
Si aiuta questi bambini affinché possano svolgere bene i loro compiti e perché imparino ad essere leaders positivi.
Questo tipo di attività ci aiuta ad individuare ed a formare leaders positivi.

Dal mese di aprile di quest’anno, le bambine ed i bambini dirigono il loro gruppo con l’accompagnamento adeguato. Loro sono i responsabili di queste scelte e delle elezioni dei propri leaders.
Dal mese di aprile fino a luglio, il primo gruppo era integrato da:
· SUSAN RENE BOZAREYES
· KATLEEN LOPEZ
· MARIA ELISA BOZAYES
· MARYORI GARCIA
Da agosto fino ad ottobre i bambini incaricati sono:
· ANGELO BOZAREYES
· SUSAN RENE BOSAREYES
· ALEXANDER POP
· SANTIAGO POLANCO

Con l’esperienza che si è fatta nei mesi precedenti, si è concordato che il tempo disponibile per l’assegnazione degli incarichi sarebbe stato più breve per permettere ad altri bambini e bambine di fare parte di queste commissioni. Le prossime elezioni saranno a novembre.
Patricia Morales, psicologa e assessora incaricata del programma
(Traduzione a cura della Redazione)
Dalle strade italiane....
Lettera dei reclusi nel CIE di Gradisca
Pubblichiamo la lettera dei reclusi nel Cie di Gradisca D’Isonzo (Gorizia) che stanno lottando contro le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e contro il prolungamento della reclusione fino a sei mesi.
Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire.
Ci sono tre minorenni qui dentro, sono tunisini e hanno sedici anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni?
Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti. Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.
La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio.
Ci trattano come delle bestie.
Alcuni operatori usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro.
C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente.
Da due giorni siamo in sciopero della fame e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie.
Continueremo a scioperare finché non cambieranno le cose, perché sei mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane.
Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perché non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per sei mesi della loro vita?
Reclusi del Cie di Gradisca

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Come partecipare…
Il modo migliore per appoggiare il Movimento delle ragazze e dei ragazzi di strada è quello di formare un gruppo di amicizia che possa far conoscere le condizioni di vita dei ragazzi di strada e aiutarli, anche con un sostegno economico, prendendo le iniziative che sembrano più adatte.
Puoi partecipare con un lavoro volontario o con un contributo finanziario per i figli e le figlie delle quetzalitas o per una borsa di studio per le ragazze e i ragazzi. Puoi prendere in carico un progetto o dare un contributo libero. Amistrada può ricevere lasciti testamentari da devolvere secondo le finalità statutarie.
I versamenti vanno effettuati:
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