Amistrada onlus

Las quetzalitas

Gennaio 2010

 

SOMMARIO

Il nostro soggiorno in Guatemala

Nora HABED (LUGLIO-SETTEMBRE 2009)

Il nostro impegno non può andare in pensione

Siamo partiti io e Mimmo in tempi diversi per il Guatemala. Io, il 19 luglio, assieme a Gerardo. Una data che resta ancora nel cuore di tanti di noi, perché quel giorno, nel lontano 1979, c’è stata la rivoluzione sandinista del Nicaragua che apriva nuove speranze soprattutto alle classi più povere ed emarginate non solo del Nicaragua ma di tutta l’America Latina. Tornare in Centro America in una data così significativa era in qualche modo continuare a dare un senso alla storia che non è finita, perché continuiamo a credere che la lotta per la giustizia non si è fermata e che il senso di speranza continua ad esistere. Il Mojoca, nel suo piccolo, rappresenta per noi questa voce che nasce dagli ultimi e che ci riporta al nostro impegno che non può andare in pensione.

Il lavoro in Guatemala è cominciato subito: riunioni con l’équipe dell’amministrazione (Gerardo, Glenda - presidente della giunta giuridica -, Sara - presidente del comitato operativo del Mojoca -  e  Lucrecia, amministratrice) con tutti i responsabili dei programmi, perché  era il periodo della verifica semestrale e quindi, ogni programma, doveva rendere conto di quello che si era fatto in rapporto con gli obiettivi prefissati, analizzare i motivi degli eventuali insuccessi e suggerire i miglioramenti possibili. Era una radiografia sullo stato attuale del Mojoca. Le settimane successive ho fatto parte della vita in diretta del lavoro di ogni programma, accompagnando i responsabili alle diverse attività da loro svolte: dal lavoro sulla strada fino al programma finale del reinserimento lavorativo e abitativo e le riunioni con le Quetzalitas. Prima della mia partenza dal Guatemala,  l’11 settembre, un’altra data storica, abbiamo realizzato una giornata completa di riflessione con tutti i lavoratori e le lavoratrici del Mojoca. Le riflessioni che riporto, sono quindi già state condivise con le compagne e i compagni del Mojoca in un clima di estrema sincerità, amicizia e solidarietà con un sogno troppo bello per non sentirsi coinvolti nel renderlo sempre più reale.

Mimmo, che è arrivato in Guatemala verso la fine di agosto, vi è rimasto fino a metà settembre per partecipare alla costruzione di una casetta di legno per i bambini e le bambine della Casa 8 Marzo. I bambini l’hanno nominata la “casita del amor”, perché loro hanno deciso che lì dentro non si litigherà, si cercherà soltanto l’amicizia e la voglia di condividere uno spazio comune.

E’ difficile descrivere la complessità che si vive attualmente nel Mojoca, sia nei suoi aspetti positivi che in quelli negativi. Si è fatta molta strada  per arrivare al punto in cui si è: il processo di autogestione, l’intreccio dei programmi e la loro pianificazione, la gestione delle case. Non tutto funziona bene, ma tutto va inserito nella realtà del Guatemala, culturalmente così diversa dalla realtà europea e, soprattutto, nella realtà del Mojoca, dove bisogna poter conciliare l’ideale della pedagogia dell’amicizia liberatrice con i problemi concreti delle persone che portano avanti questo progetto.

Il senso del tempo e la pianificazione

Uno dei primi cambiamenti a cui uno si deve adattare è il senso del tempo, sia perché nella vita quotidiana del Mojoca la percezione del tempo è molto elastica e relativa al momento in cui si vive, sia perché la percezione che hanno, in particolare, i ragazzi e le ragazze di strada,  è ancora più soggettiva e vissuta in rapporto alle emozioni e alla vita di emergenza che ogni momento provoca. Parlare di pianificazione in questi contesti è molto delicato, perché non è facilmente comprensibile a tutti l’importanza della programmazione, delle scadenze, dei risultati raggiunti entro tempi stabiliti. Poter conciliare un progetto pedagogico, basato sul rispetto di ognuno e di ognuna, per crearsi un progetto di vita che comporta scelte in tempi diversi, con una organizzazione che ha bisogno di pianificare, di stabilire delle regole, di far rispettare gli impegni presi, non è facile, e questo comporta non poche incomprensioni, che non sono tanto di linguaggio, quanto di valutazioni diverse in rapporto all’organizzazione del tempo. Non è  facile mediare tra quello che è immediato ed emergente e quello che è a lungo termine e non si vede nel concreto. Quello con cui si è in contatto ogni giorno sono le persone che si presentano all’infermeria per attenzione e cure mediche, o i ragazzi e le ragazze che si vedono sulla strada abbandonati a se stessi e quelli che bisogna portare di emergenza all’ospedale perché feriti o in fin di vita oppure quelli che bisogna ricercarli in strada perché ne sono tornati e che creano grandi momenti di riflessioni all’interno del Mojoca, chiedendosi in cosa si è falliti o si è mancati. In questo contesto, dove si vive ai limiti dell’emergenza, il senso della pianificazione e della programmazione spesso salta, creando incomprensioni anche nella solidarietà europea che vive in un contesto e con esigenze diverse.

La preparazione nella pedagogia dell’amicizia liberatrice

Un’altra difficoltà è la comprensione del vero senso della pedagogia dell’amicizia liberatrice da parte di alcuni “asesores”, ossia le figure adulte che svolgono un ruolo di accompagnamento per i coordinatori, le ragazze e i ragazzi usciti dalla strada che rappresentano i propri compagni del Movimento nel comitato di gestione. L’autogestione del Mojoca prevede che ogni programma ha un coordinatore, che è il responsabile, ed è consigliato dalla figura professionale che lo accompagna. Si ha l’impressione che ancora ci sia una impronta tradizionale nell’impostazione di alcuni programmi dove i suoi coordinatori non sono pienamente coinvolti nell’assumersi la responsabilità, sia perché per gli adulti è più sbrigativo portare a termine i lavori senza  coinvolgerli, sia perché anche tra i coordinatori c’è una rotazione troppo veloce che impedisce loro di formarsi e prepararsi sul programma.

Questa mancanza di visione, da parte di alcuni, della filosofia che accompagna il Mojoca, crea a volte alcune difficoltà che sono più evidenti nel sistema educativo. La scuola, pilastro principale del progetto pedagogico, è in crisi anche a causa di un non buon coordinamento con gli  altri programmi affini: il lavoro di strada, i giorni di iniziazione e i laboratori. Questo ha provocato una riduzione del numero dei ragazzi che frequentano la scuola, forse anche a causa della mancanza di educatori e di programmi specificamente idonei per la popolazione di strada. E’ necessaria una maggiore riflessione da parte di tutti, accompagnanti e coordinatori sul tema della pedagogia dell’amicizia liberatrice, che è l’asse portante di tutto il Mojoca. Riflettere sul senso dell’amicizia non è in effetti facile, giacché non è soltanto un aspetto filosofico e pedagogico, ma è uno stile di vita, un atteggiamento profondo che nasce da ogni storia personale, fatta da quello che si è ricevuto e da quello che è mancato e che si riversa nella collettività in base a come si è affrontato questo percorso e a come si è maturati.

La presenza e il ruolo di Gérard

Si ha la percezione che Gérard, per il suo carisma e la sua dedizione al Mojoca svolga un ruolo tuttora essenziale per l’esistenza del movimento. Senza la sua presenza il Mojoca difficilmente sarebbe passato indenne dal recente periodo critico, con le minacce di cui sono stati oggetto alcuni suoi esponenti. Questo ci ha preoccupato perché è necessario ancora un po’ di tempo affinché  il comitato di gestione possa andare avanti da solo. Mancano, nel mondo degli accompagnatori, quelle figure carismatiche che siano in grado di guidare i giovani alla loro piena autonomia nel rispetto della filosofia che finora ha animato il movimento.  Proprio per questo, è importante per Gérard dedicarsi soprattutto alla formazione del personale del Mojoca, per far capire fino in fondo la pedagogia dell’amicizia liberatrice.

Nonostante le difficoltà, tutto funziona con l’autogestione. E’ impressionante vedere ragazze e ragazzi, che fino a pochi anni fa erano in strada intontiti dai solventi, partecipare attivamente alle numerose riunioni e svolgere il loro ruolo nella gestione del movimento. La presenza attiva di Gérard, che, come formatore, orienta e guida tutti, nulla toglie ai meriti di queste ragazze e di questi ragazzi.

Altre difficoltà organizzative e nuovi progetti

I laboratori non funzionano bene, forse perché manca una miglior organizzazione nell’abbinamento addestramento-produzione. Questo è un problema non facile da risolvere, perché i laboratori sono impostati per permettere alle ragazze e ai ragazzi di cominciare a convivere con una cultura del lavoro. Attualmente i laboratori sono frequentati, nella maggior parte, da ragazze e ragazzi ancora incerti, con un piede nella strada e uno nel Mojoca. È difficile in questo contesto, rafforzare in loro l’idea dell’assiduità, dell’impegno, del sacrificio. Soprattutto per chi vive una percezione diversa del tempo, come ho accennato all’inizio, diventa più facile abbandonare il laboratorio, perché non lo sente così attrattivo e con risultati immediati. Questo, unito al senso di sconfitta anticipata per non trovare un possibile lavoro, rende tutto più complesso. Proprio per questo si rafforza l’idea “dell’impresa di strada”, un progetto che Gérard spera di cominciare a mettere in atto a partire dal prossimo anno e che darebbe una autonomia lavorativa alle ragazze e ai ragazzi, così indispensabile per crearsi progetti di futuro a più lungo termine.

La gestione delle case (8 marzo e casa degli Amici)

Le case funzionano in modo diverso, spiegabile anche per l’esperienza accumulata: la casa 8 marzo è più autonoma e funzionale, gestita con maggior partecipazione delle donne che vi risiedono anche se, come in tutte le famiglie, non mancano i problemi. La casa degli amici, invece, sembra più in mano ai due accompagnatori che non in mano ai ragazzi. Per loro, capire cos’è l’autogestione è più difficile, forse perché mancano di un affiancamento più mirato a questo proposito. I ragazzi si lamentano anche di sentire il Mojoca come un “matriarcato” .  Un problema che nel tempo continuerà ad aumentare è il sovraffollamento delle case, soprattutto quella delle donne, a causa della chiusura di altri progetti gestiti in Guatemala da altri organismi di cooperazione. Come Rete di Amistrada dovremo cominciare a pensare alle richieste che ci arriveranno di appoggio a questa popolazione ancora di più ai margini.

Un anno nuovo

Sono passati  tre mesi dal nostro ritorno dal Guatemala e per quello che abbiamo sentito dalle diverse comunicazioni che ci arrivano, la vita nel Mojoca va avanti. La  casa 8 Marzo ha fatto il pieno di donne e di bambini alla ricerca di una vita più dignitosa. Nel frattempo, altre sono uscite per iniziare una vita indipendente.  Le Quetzalitas, il primo programma, con cui  Gérard ha iniziato questo bellissimo percorso, va avanti con le donne che continuano a riunirsi due volte al mese per parlare delle loro difficoltà e delle loro speranze, che si concretizzano nei loro figli, che ormai fanno una vita diversa, modesta e povera, ma senza le umiliazioni che le loro madri hanno subito sulla strada.

Anche nella scuola si sta cercando di riflettere su come migliorarla attraverso una pedagogia che parta dalla base, partecipativa e liberatrice e che comincerà con l’inizio del nuovo anno scolastico. Negli ultimi mesi del 2009, si è creato un nuovo laboratorio di bigiotteria grazie al contributo della nostra amica Maria Concetta Gubernale e un gruppo corale creato da Thèresia Bhote che ha portato la musica e il canto al Mojoca.

 Lucrecia, l’amministratrice, che ha dato le sue dimissioni la prima quindicina di agosto a causa delle minacce arrivate al Mojoca, è stata ora sostituita da Ivonne, e ora Gérard potrà dedicare più tempo alla formazione anziché ai problemi dell’amministrazione.

Comincia un anno nuovo pieno di sfide ma anche di speranze perché è più forte il senso dell’amicizia, della condivisione, della solidarietà che non il senso dell’abbandono e della sconfitta. Se l’amicizia e l’amore hanno un senso, il Mojoca è per noi un esempio.

Las QUETZALITAS

I racconti che seguono sono stati raccolti venerdì 27 novembre nella Casa de la Amistad durante una riunione con sei ragazze madri che partecipano attivamente nel gruppo delle Quetzalitas, una di loro con molti anni di partecipazione, due con una partecipazione media di due anni e tre ragazze che si sono inserite quest’anno.

Mentre loro raccontano la loro esperienza, i loro figli e le loro figlie rendono con i colori quello che significa per loro il Mojoca, nelle loro vite e nelle loro famiglie.

RAQUEL

“Quest’anno  ho capito di aver fatto maggiori progressi  nel gruppo perché adesso ho meno paura di esprimermi; a volte ci vergogniamo o ci tratteniamo  nel dire quello che proviamo e ora, invece, lo dico.

Prima era difficile per me anche perché non ho avuto un appoggio agli studi con la borsa di studio. L’anno scorso l’avevo chiesta, però per miei “errori” non me l’hanno concessa; quest’anno invece ho cercato di approfittarne al massimo ed è andata bene a scuola, non ho avuto valutazioni finali, però è andata bene, per quello che so; ho frequentato il primo e il secondo livello basico.

Mi piace molto studiare e per problemi che ho avuto in passato sono rimasta dieci anni senza studiare, e mi sono proposta che (la borsa di studio) la dovevo usare per studiare, e così una si sente importante e vede che sta migliorando; anche l’impegno conta molto, per me è come un traguardo. Se lo raggiungo e mi vedono mi sento più importante, è qualcosa che per me stessa poteva sembrare impossibile e invece quando una vuole qualcosa, lo ottiene.

Ho avuto anche il problema che si era persa la mia carta d’identità e per cambiare l’assegno di affidamento per i miei figli, mi hanno aiutato in tutti i modi…

Inoltre, quest’anno sono stata molto aiutata per quanto riguarda la salute fisica, con medicine e attenzione medica.

Io sono una madre da sola e difficilmente qualcuno aiuta una donna con figli, ed io mi sono sentita bene perché mi hanno aiutato. Questo ti fa avere fiducia nel Mojoca.  Io sapevo che quando venivo non mi dicevano di no; mi sentivo forse… protetta o  sorretta da qualcuno.

Questo ti motiva, anche perché se prima si ammalavano i bambini e una si sentiva di cattivo umore, ora so che possono fare i controlli e mi posso sentire tutelata per la salute dei miei figli perché loro possano avere questo che è un loro diritto.

Mi interessa molto venire al gruppo, (Quetzalitas) qui si possono trovare molte amiche e ti rendi conto che non solo tu hai avuto  delle difficoltà e avendo problemi simili ci possiamo aiutare le une con le altre; gli incontri sulle relazioni sane e quello di formazione sociopolitica e di violenza sulle donne che abbiamo avuto con Anabella mi hanno aiutato molto. Nel gruppo ci siamo rese conto di molti diritti che abbiamo.

Cerchiamo di essere solidali e aiutarci tra noi, il gruppo è qualcosa di importante nella mia vita e mi piace molto venirci e cercare di aiutare le mie compagne, se ne sono all’altezza. Anche io mi sono sentita aiutata quando ne ho avuto bisogno.

Quest’anno ho avuto un problema abbastanza grande, non so se è stato per ignoranza, ero in ritardo a pagare la mia casa, allora mi sono avvicinata alla coordinatrice e lei mi ha detto che avrebbero cercato di aiutarmi; infatti, mi hanno aiutato non solo economicamente ma anche con i consigli. Non mi hanno detto subito sì ma mi hanno spinto ad andare avanti.  Non è stato aiuto solo economico ma anche morale.

Ho avuto anche problemi sulla strada o con il mio compagno e sono andata agli incontri con la psicologa che mi ha fatto fare “click”; ho imparato molto dai miei errori e anche a controllare i miei impulsi e questo aiuta molto me, il mio compagno, i miei figli.

Qualcosa di molto importante è stato inoltre che i miei due figli maggiori hanno frequentato il livello pre-primario e a scuola hanno avuto l’opportunità di studiare calcolo e grazie all’affidamento ho potuto pagare la scuola a entrambi. Anche adesso che il bambino ha finito la pre-primaria ho potuto pagare le spese per la chiusura dell’anno e  l’affitto della “ toga “ e tutto questo perché mio figlio possa sentire che anche lui può avere le stesse cose degli altri, anche se non c’è suo padre ad aiutarci.

Un'altra cosa che mi è servita è che in questi quattro anni che sto da sola il bambino si sente orgoglioso di me, e sente che sto cambiando perché prima ero peggiore, super peggiore! E ora  non li tratto male, non dico di no, però grazie agli incontri con le altre donne e con i seminari di formazione sono cambiata. Prima rischiavo di rompergli forse una costola perché erano piccoli, perché erano vittime delle mie pressioni. Ora, io do consigli alle mie compagne.

 Ancora li punisco severamente ma non come prima, ora gli do castighi che non gli facciano male.

Da questo ho imparato, dagli incontri... Per prima cosa io do loro l’esempio e  lotto per questo.

Grazie ai consigli, alle parole del gruppo sui maltrattamenti infantili, ho imparato. Io non sapevo cosa era il maltrattamento per negligenza, poi l’ho imparato qui. Uno arriva tardi a casa e fa qualsiasi cosa… invece ora mi è servito molto per me e per i miei figli.

NANCI

All’inizio dell’anno sono cominciati molti problemi a gennaio . Per me con le Quetzalitas è come volare, mi è servito per… volare, per recuperare la fiducia. Mi costa esprimermi e avere fiducia ma dentro Quetzalitas ho raggiunto la fiducia di cui avevo bisogno.

Io ho subito una perdita e pensavo che se raccontavo loro il mio problema, sarei diventata una traditrice… e che  ne avrebbero parlato con  tutti, ma con il tempo mi sono resa conto che non era così.

Sono riuscita a far reinserire mia figlia nel gruppo delle mariposas (le farfalle), l’ho potuta mandare al nido con l’affidamento per lei e ho ottenuto la borsa di studio.

Mi interessa molto perché quello che imparo a scuola mi serve perché i miei figli seguano il mio esempio.

Non voglio che passino quello che ho passato io. Voglio che le mie figlie siano preparate professionalmente e per questo ho messo molto impegno quest’anno.

Non faccio grandi cose però do a loro il buon esempio; ho capito quest’anno che posso  anche farcela da sola e sono riuscita a sorridere come non sorridevo da tanto e ho visto che il gruppo aiuta le altre.

Venire al gruppo mi motiva perché sto con le mie compagne.

I film (di formazione sulla violenza alle donne) mi sono serviti.

Mi hanno aiutato a superare le cose brutte del mio passato e mi hanno insegnato che io valgo molto. Ho ottenuto quello che ho: ho un lavoro, sono orgogliosa di quello che faccio e sono grata al gruppo e all’assessora, che è l’unica persona della quale ho avuto fiducia e a cui ho raccontato di me. E grazie a lei posso tornare ad avere fiducia negli altri.

Ho una casa che tirerò su con il mio denaro che ho guadagnato da quando ho ricevuto la mia microimpresa e ora posso mantenerla con il denaro che ho.

Quando uscirò dalle Quetzalitas vorrei appoggiare il gruppo e avere un lavoro migliore di quello che ho e credo che quello che mi hanno dato lo condividerò con le mie compagne che verranno dopo di me.

Anche il gruppo delle mariposas è importante per mia figlia perché anche lei ride, gioca, ora non si scotta sotto al sole con me sulla strada; non ho bisogno di un uomo al mio fianco per andare avanti.

Ringrazio le persone che ci aiutano al Mojoca, mi hanno aiutato quando ho avuto problemi.

Tutto quello che abbiamo ottenuto è perché siamo capaci, adesso mi sento una persona capace.

Con tutti i miei errori precedenti ho imparato a essere una donna per i miei figli, da ogni errore si può imparare una lezione, si conquista qualcosa perché ti piace e quello che sto imparando lo conquisteranno le mie figlie. Questo accade perché mi sono impegnata per loro dopo tutto quello che Mojoca mi ha insegnato.

Ho imparato anche a perdonare nel Mojoca, ed è qualcosa che non avevo capito negli anni passati; per questo mi sento bene. Le mie emozioni, la mia autostima, le mie figlie non sono trascurate .

Per me conta molto Quetzalitas.

Quello di cui parliamo ci è servito nello studio e se rispondiamo è perché abbiamo seguito con attenzione, perché grazie a quello che ci hanno insegnato, diamo valore alle cose che impariamo.

Non è noioso (venire al gruppo di Quetzalitas), mi piace venirci e stare attenta, grazie di cuore. Ringrazio tutti voi. Un film (di formazione sulla violenza alle donne) era quasi come la mia vita. E ho imparato molte cose buone, perché le mie figlie siano donne per bene.

Ora, grazie a Dio, sono felice di vivere con le mie sorelle, mi sento molto orgogliosa di mia sorella Yaris e di Tita. (Yaris fa parte del gruppo da quattro mesi, e Tita, è ora stata invitata da loro perché si inserisca formalmente nel gruppo.)

Io sono la maggiore delle tre ed era il sogno di mia madre che stessimo bene e unite; noi avevamo perso le speranze ma grazie al Mojoca noi tre stiamo avanzando… è difficile , anche se Tita è la più ribelle.

Traduzione a cura di Stefania Santuccio e Nora Habed

 

DALLE STRADE DEL GUATEMALA

Gérard Lutte

Pubblichiamo in queste pagine ampi stralci delle lettere dalla strada di ottobre e dicembre, nelle quali Gérard Lutte ci racconta alcuni aspetti significativi della vita del Mojoca. I testi integrali sono reperibili sul sito.

OTTOBRE

“ Care amiche ed amici delle ragazze e ragazzi di strada,

sabato scorso, 17 ottobre, 25 ragazze e ragazzi del Mojoca che tutt'ora vivono in strada, hanno partecipato a una manifestazione contro la povertà. Questa iniziativa, lanciata dal movimento francese "Quarto Mondo", è stata ufficializzata dall’ONU che ha dichiarato il 17 ottobre "giorno di rifiuto della povertà". In Guatemala, la manifestazione era organizzata dalla sezione locale di "Quarto Mondo". E' una organizzazione molto vicina a noi per i valori, il modo di lavorare e l'importanza data alla formazione culturale. Il gruppo del Mojoca era il più dinamico ed entusiasta e scandiva slogan incisivi. Si sentiva che ragazze e ragazzi erano orgogliosi di fare parte del Mojoca.

 

Purtroppo slogan e manifestazioni non bastano ad arrestare la miseria che si espande sempre di più e aumenta notevolmente le difficoltà del nostro lavoro. Ad esempio sono sempre più frequenti i ritorni alla strada da parte di giovani che ne erano usciti. Una malattia, che impedisce loro di lavorare per una settimana, li costringe a spendere in medicine i soldi che avrebbero dovuto essere utilizzati per comprare la merce da vendere e impedisce di pagare l’affitto della camera, annienta in pochi giorni gli sforzi di vari anni e obbliga i giovani a cercare rifugio in un gruppo di strada. Il Mojoca si trova di fronte alla necessità di aiutare per una seconda volta queste ragazze e questi ragazzi a inserirsi nella società.

La miseria crescente, l'impossibilità di trovare un lavoro che permetta di vivere, spesso per il solo fatto che sei della strada o che hai un tatuaggio, obbliga altri a ricorrere al furto per avere qualcosa da mangiare o trovare i cinque euro necessari per completare l'importo dell’affitto. Ora la repressione è più violenta e molte ragazze e ragazzi sono arrestati ed incarcerati.

LA CULTURA DELL’ESTREMA POVERTÀ

Penso che per noi sia molto difficile, addirittura impossibile, capire fino in fondo la cultura dell’estrema povertà. Io che dal '93 passo molte giornate con ragazze e ragazzi di strada, ancora non riesco a capire dal didentro ciò che significa vivere ai margini della società. Non c'è solo la fame che ti attanaglia il ventre ogni secondo della giornata, la mancanza di tutto ciò che è necessario per una vita normale: un tetto, i vestiti, le cure mediche, la scuola, i libri, i giocattoli. C'è soprattutto l'umiliazione continua. Uno si sente un paria, sente di far parte della casta degli intoccabili, dei lebbrosi sociali. Il mondo degli altri è in alto, inaccessibile ai ragazzi e alle ragazze di strada, gli indigenti. Mi diceva un ragazzo di 15 anni: "ci trattano come immondizia, e noi diventiamo immondizia!". Vivere nella strada significa anche vivere al momento senza prospettiva di futuro, significa godere a pieno delle piccole gioie effimere di un pasto, di un gesto di amicizia, della droga condivisa, di un amore di strada. E' fatalismo accettare come naturali i colpi e le disgrazie, sorprendersi se uno ti ascolta, ti rispetta, non tenta di abusare di te.

RIPRENDERE FORZE PRIMA DI RICOMINCIARE

E allora non mi sorprendo, non mi scandalizzo se qualche ragazza o qualche ragazzo, entrato in una delle nostre case, non dimostra voglia di uscirne. Comprendo e accetto che approfittino di questa pausa dalla fame e dall’umiliazione e so che un giorno o l'altro tornerà impetuosa la voglia di libertà. Negli ultimi mesi, sono tornate nella Casa 8 marzo tre ragazze che per anni avevano vissuto in modo autonomo fuori dalla strada. La camera di una di loro era stata inondata da piogge torrenziali, aveva perso molto del poco che aveva e cercava un rifugio per i suoi due figli di cinque anni e quattro mesi. Un'altra, anche lei con due figli, era stata derubata di tutto ciò che vendeva, era caduta in depressione e su consiglio della nostra psicologa ha chiesto di tornare nella Casa 8 marzo. Il compagno della terza era stato incarcerato per furto lasciandola senza soldi per vivere e pagare il fitto. Non è che avessero tante risorse e lui, e a volte anche lei, vivevano del magro ricavato dalle vendite di caramelle nei mezzi pubblici. Nella capitale ci sono centinaia o addirittura migliaia di persone che vivono vendendo caramelle. E lei, incinta di tre mesi e con un bambino di cinque anni, è stata costretta a chiedere un posto nella Casa 8 marzo. Ma subito si è ripresa, ha cercato lavoro e casa. Con l'appoggio del Mojoca è tornata alla vita indipendente, molto più difficile, ma libera. La seconda farà lo stesso fra qualche giorno e la terza le seguirà fra poche settimane.

QUINDICI ANNI FA, L’8 OTTOBRE, NASCEVA LA PRIMA BIMBA DEL MOJOCA

Domenica della scorsa settimana, abbiamo festeggiato il ritorno alla vita indipendente di queste tre giovani madri-coraggio assieme ai quindici anni di Germania, la prima bambina di una ragazza uscita dalla strada, nata dopo il mio arrivo sulle strade del Guatemala. Germania prosegue brillantemente gli studi e fra tre anni entrerà all'università. Le ho trasmesso il gusto alla lettura e legge due libri impegnativi ogni mese. Per il suo compleanno l’ho accompagnata in una libreria dove ha scelto "Il mondo di Sofia". La bibliotecaria della sua scuola l'ha fatta iscrivere ad un club di lettura. Germania è una ragazza sveglia con la quale è piacevole parlare perché si interessa di tutto e ti fa mille domande.

LA GENERAZIONE DEL CAMBIAMENTO

Ci sono molte ragazze e ragazzi che la seguono. Domenica scorsa, si erano radunati nella casa della tredicesima strada una trentina di Quetzalitas e quarantotto Mariposas (bambine e bambini da pochi mesi fino a 12 - 13 anni). Loro sono la generazione del cambiamento. Le loro  madri e i loro padri difficilmente guariranno completamente dalle ferite della loro infanzia, dalle quali sono inseguiti come uno stigma. La maggior parte delle loro bambine e dei loro bambini non hanno vissuto queste esperienze traumatiche e sono loro che formeranno il Mojoca totalmente autogestito e totalmente permeato dall'amicizia.

L’ESSENZIALE È INVISIBILE PER GLI OCCHI E PER LE STATISTICHE

Molte organizzazioni che ci appoggiano vogliono i risultati, e hanno ragione; bisogna fornire numeri nei rendiconti: x studenti hanno superato gli esami di fine d’anno, x sono entrati nella casa delle ragazze o dei ragazzi, x hanno iniziato la vita indipendente, x riescono a vivere grazie ad una micro-impresa, x si impegnano attivamente per un cambio di società. Sono numeri importanti, ma non rendono conto dell’essenziale che non è quantificabile, che si percepisce vivendo con loro giorno per giorno. Nella Casa 8 marzo io vivo la gioia dei genitori e dei nonni quando vedono i bambini che apprendono a camminare o a parlare, utilizzare parole nuove, entrare alla scuola materna, tentare di farti capire con parole e gesti le loro pene e le loro gioie. Nel lavoro con le ragazze e i ragazzi si prova lo stesso, la gioia dei piccoli progressi nel prendere coscienza della propria dignità, nel formare un progetto di vita, nell’avanzare negli studi (l'anno prossimo due ragazze entreranno all'università e molti ottengono ottimi risultati nelle scuole esterne). Tutti questi progressi lenti difficilmente si esprimono in numeri. Si possono quantificare eventi esterni, tipo uscire dalla strada, iniziare a lavorare, ecc.. L'essenziale è invisibile per gli occhi e si capisce solo con il cuore. L'essenziale è la trasformazione interiore, il progressivo allontanarsi dagli incubi dell'infanzia nella strada, la lenta conquista della fiducia in se stessi e negli altri, la presa di coscienza che la povertà non è una fatalità, che può e deve essere combattuta. E' questo il sogno del Mojoca che si realizza soprattutto nella seconda generazione.”

DICEMBRE

Gérard Lutte ci parla dell’assemblea generale del Mojoca, tenutasi l’11 dicembre scorso, alla quale hanno partecipato 130 ragazze e ragazzi, raccontandoci come il Movimento ha preso importanti decisioni. Ne pubblichiamo alcuni stralci particolarmente significativi.

“…Erano all’ordine del giorno, due punti fondamentali: l’approvazione delle regole  del funzionamento del Mojoca e l’elezione di quattro nuovi membri del comitato di gestione.

 

I nuovi statuti operativi del Mojoca sono stati discussi in ogni collettivo di lavoro: strada, scuola, addestramento professionale, Casa 8 marzo e Casa degli Amici, Quetzalitas, Nueva Generaciòn, Mariposas, gruppi dei borsisti, del reinserimento abitativo e lavorativo. I nuovi statuti tracciano i metodi essenziali del Mojoca, ad esempio, quali sono le condizioni per entrare nella Casa 8 marzo o nella Casa degli Amici, quali sono le norme della convivenza e della preparazione alla vita indipendente, quali sono e come devono essere rispettati i diritti delle bambine e dei bambini, cosa fare quando una ragazza o un ragazzo, tornato nella strada, chiede di rientrare in una delle case per favorire la sua permanenza.  Questo manuale è il riflesso di tutta l’esperienza del Mojoca nelle sue varie articolazioni e dei progressi compiuti ogni anno. Non si tratta, infatti, di regole fisse, ma di una metodologia in continua evoluzione nel tentativo di rispondere sempre meglio ai problemi che sorgono… Questo nuovo manuale è stato approvato all’unanimità. E non poteva essere altrimenti perché riproduce fedelmente tutte le proposte avanzate dai vari gruppi di lavoro.

Si è in seguito proceduto alle elezioni di quattro nuovi membri del comitato di gestione. Si presentavano sei candidate. Purtroppo, nessun ragazzo rispondeva alle condizioni richieste per presentarsi: essere almeno iscritto nella scuola media, vivere una vita indipendente lontano dalla droga e dalle attività illegali e far parte delle Quetzalitas o di Nueva Generaciòn. Sara, la presidentessa uscente, ha presentato brevemente ogni candidato. Poi i votanti hanno formato lunghe file di fronte ai tre seggi dove, in segreto, indicavano quattro persone. C’erano delle schede elettorali non solo con il nome ma anche con la fotografia di ogni candidata, per permettere a chi ha difficoltà di lettura di riconoscerle facilmente. Per la prima volta, cinque bambine e bambini di 10 anni e più, che fanno parte delle Mariposas, hanno partecipato con grande coscienza alle elezioni. I partecipanti erano consapevoli dell’importanza di queste elezioni e solo due o tre hanno espresso pubblicamente le loro preferenze…”. Le elette a  la larga maggioranza hanno avuto dal 70 al 90% dei voti.

Concludiamo con gli auguri di Gérard Lutte di un anno nuovo felice nell’amicizia e nella solidarietà con i vostri cari e tutti i poveri del mondo.

 

L’AMICIZIA NEL PROGETTO PEDAGOGICO DEL MOJOCA

a cura di Nora HABED

Da quando esiste, il Movimento dei Giovani di strada in Guatemala si centra su un concetto fondamentale: l’amicizia. E’ attraverso il senso dell’amicizia che sono  impostati la metodologia educativa e il percorso pedagogico, che si attua in tutti i programmi e nelle attività del Mojoca. Nasce dalla strada perché è lì che si realizzano i desideri di libertà, di non sottomissione e di solidarietà tra le ragazze e i ragazzi. L’amicizia è il luogo interiore della condivisione. E’ liberante perché esce dal proprio centro della persona per andare verso l’altro che si sente riconosciuto e ascoltato, non giudicato o discriminato.

 

Recuperare questo valore caratteristico della vita di strada e farlo diventare un modello pedagogico non è stato facile. Ci sono voluti anni di sistematizzazione e di valutazione critica per arrivare ad impostare  il metodo pedagogico, che si ispira soprattutto agli studi di Giulio Girardi sull’amicizia liberatrice e alle ricerche e agli studi approfonditi di Gérard Lutte sui giovani di strada. Con questa impostazione nasce la pedagogia dell’amicizia liberatrice, che parte dalla realtà concreta degli ultimi, che sono capaci di liberarsi e di liberarci da questo sistema opprimente in cui viviamo. E diventa un metodo educativo continuamente in evoluzione, in  funzione della pratica, della riflessione critica collettiva e dello scambio con altre organizzazioni popolari e di ricerca per una pedagogia liberatrice.

La pedagogia dell’amicizia liberatrice, come sostiene G. Lutte,  parte da due principi fondamentali che sono alla base delle attività e dei rapporti con le ragazze e i ragazzi di strada:

1-  I più poveri, gli esclusi, gli ultimi, sono le persone più importanti di tutto il progetto pedagogico perché essi possono cambiare il mondo partendo dalla propria liberazione;

2-  Soltanto queste persone possono liberarsi e migliorare la società liberandola. Per questo c’è uno scambio reciproco e paritario, un processo di accompagnamento in questa lotta di liberazione. Questo affiancamento avviene attraverso un atteggiamento che non è solo di rispetto, ma anche e, soprattutto, di amicizia.

L’amicizia è, dunque, l’atteggiamento fondamentale, il modo di rapportarsi agli altri che caratterizza il metodo della pedagogia della liberazione e per questo è unica, perché parte da ogni singola persona con i suoi propri tempi di comprensione e di maturazione. Per questo è ascolto e relazione. E’ uguaglianza. Conseguentemente, la programmazione e le attività educative scaturite da questo modello pedagogico sono integrali, perché indirizzate al riconoscimento e alla conquista del rispetto dei  diritti fondamenti dei più oppressi: il diritto al rispetto, alla vita e all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, alla casa e al lavoro .Perché è solo lottando per il rispetto dei diritti delle classi più emarginate, si può prendere coscienza delle condizioni di ingiustizia e di disparità create dal sistema economico, politico e sociale dell’economia di mercato.

Natura del processo di coscientizzazione nel metodo pedagogico

E’ un processo ampio e complesso, che interessa tutta la persona e che comporta una presa di coscienza, che passa attraverso diverse tappe. Essa va dalla condizione di marginalità, che parte dalla conoscenza della propria oppressione dove i  diritti non sono rispettati e si vive una situazione di ingiustizia e di violenza, all’organizzazione delle classi marginali: esse unite si organizzano per  rivendicare questi diritti fondamentali e per cambiare la società. E’ un processo continuo e lungo che non si completa mai totalmente, perché va di pari passo con i cambiamenti sia all’interno del paese, sia a livello internazionale, e che coinvolge anche la lotta per i diritti delle donne, delle minoranze etniche non riconosciute, dei disabili, ecc. e perciò diventa anche una apertura e una comunione a livello globale con tutte le classi emarginate che subiscono ingiustizie in qualsiasi parte del mondo.

Inoltre, richiede non solo la presa di coscienza di un cambiamento della realtà sociale, ma anche della persona che è, in fondo, la più incisiva perché comporta una nuova visione dei valori personali e dei progetti di vita. Comporta, per questo, una ristrutturazione della propria personalità, del proprio comportamento e dei rapporti con gli altri, arrivando ad una nuova ridefinizione di se stessi e della propria identità.

 

I  percorsi, che conducono alla presa di coscienza e all’impegno sociale, sono numerosi e diversi , perché dipendono non solo dall’unicità di ogni persona, ma anche dalle circostanze che possono favorire od ostacolare questa presa di coscienza che è, in ogni caso, una scelta individuale e libera. L’ambiente che ci sta attorno è molto importante perché può trasmettere sia il senso di solidarietà, di rispetto e di amore per gli  altri, oppure, come spesso succede, può trasmettere un senso di esclusione e di disuguaglianza sociale. La scuola tradizionale, così come è impostata, spesso trasmette questa seconda opzione, perché si fa portavoce dell’ideologia dominante, che nasconde le disuguaglianze sociali e le loro cause, impedisce la formazione di uno spirito critico e stimola il conformismo, l’individualismo e la competitività. Per raggiungere questi risultati, la scuola tradizionale ricorre non solo al contenuto dell’insegnamento ma anche ai rapporti gerarchici di dominio-sottomissione e di controllo, non di democrazia e partecipazione.

 

Proprio per questo, la pedagogia dell’amicizia liberatrice si delinea e si consolida come una pedagogia alternativa, integrale, paritaria, critica, solidale e partecipativa, che parte dall’individuo nella sua realtà per arrivare all’organizzazione collettiva nel suo impegno per trasformare questa realtà.

(tratto da diversi brani di Gérard Lutte, a cura di Nora Habed)

 

LA MUSICA AL MOJOCA

Theresia  BOTHE

Theresia  Bothe, che attualmente è in Guatemala e sta lavorando alla formazione di un laboratorio di musica con le ragazze e i ragazzi del Mojoca,  ci ha scritto, prima della sua partenza, per salutarci e raccontarci come ha vissuto l’esperienza dei concerti che hanno permesso di raccogliere fondi destinati a finanziare questo progetto.

Ho iniziato questa lettera alcuni giorni fa a Roma; la termino oggi a Wallbach, dove vedo dalla finestra il Reno scorrere lentamente verso nord. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno partecipato o aiutato nell’organizzazione di questi concerti, per le donazioni e l’interesse al progetto.

Per me ogni concerto è stato speciale e divertente.

Il primo, a Basilea, era molto rappresentativo ed ho parlato di Amistrada, dell’ispirazione che mi ha dato Gérard e dell’idea di lavorare insieme. Dopo aver vissuto a Basilea per 8 anni ed essendo in procinto di lasciarla, era importante per me dire alla gente che amo e a quella con cui lavoravo che cosa mi ha fatto andare avanti e le cose che adesso diventano importanti nella mia vita. Ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato a fare questo per la loro meravigliosa disponibilità.

Ad Alghero Maria Antonietta ha organizzato il concerto ed ha fondato un gruppo di Amistrada mentre io ero là. C’era molta curiosità ed energia nella partecipazione del pubblico. Ringrazio Maria che mi ha ospitato: da lei mi sono sentita a casa mia.

A Roma ho conosciuto alcuni degli organizzatori di Amistrada: incontrare loro è uno dei motivi per cui ho voluto fare questi concerti. Remo è il presidente ed è particolarmente affascinante ascoltarlo mentre cammina lungo le strade della città che ama. Dopo il concerto il pubblico si è trasformato in tanti singoli individui interessantissimi.

Sono stata ospite a casa di Ana Maria, nel centro della città, in una casa piena di storie e di persone particolari, che la frequentano. Bettie è la padrona di casa e la sua ospitalità è notevole.

A Civitacastellana c’era il luogo perfetto per questo concerto e la chiesa ha cantato con me! Ringrazio Rita e Laura per l’organizzazione e Remo per avermi accompagnato lì e anche per avermi fatto conoscere i dintorni e per le belle storie che mi ha raccontato. Ringrazio le suore clarisse, per la chiesa, la pizza ed il vino!

Canto e suono ed ogni volta imparo ad ascoltare con più attenzione il suono dello strumento che mi accompagna. In ogni luogo sembra parlare un linguaggio differente e l’acustica di alcuni posti rende l’unione con la voce completa. Questo mi da un profondo senso di gioia durante l’esecuzione.

Non è facile viaggiare con due strumenti, ma può essere anche divertente; nessuno di questi due, l’arciliuto e la chitarra, verrà con me in Guatemala. Porterò, invece, l’oud arabo, così noi possiamo conoscerci un po’.

La presentazione di questi 4 concerti è stato un punto di partenza; è come attraversare una porta verso un nuovo panorama: trasformare la mia musica in strumento sociale. E’qualcosa che non conosco molto, che ho osservato a distanza per molto tempo, ma non riesco ancora a descrivere. Spesso mi sono chiesta quello che sono capace di condividere attraverso la musica; è vero che ho una bella collezione di esperienze e so del sottile ma possente modo in cui la musica ci raggiunge e ci fa condividere.

Ho molti anni di esperienza come insegnante, ma non in un contesto come quello del Guatemala. Mi commuove il pensiero di quello che è necessario per questi giovani per trasformare le loro vite e spero che la musica sia per loro una nuova piccola fonte di forza e di gioia. Mi sento felice ed orgogliosa di lavorare attivamente con il Mojoca, di imparare e condividere con le ragazze ed i ragazzi di strada.

Ciò che porto è semplice ma pieno di amore.

 

MOREL RACCONTA LA SUA STORIA

 Maria Concetta Gubernale

Maria Concetta Gubernale, socia di Amistrada, si trova attualmente in Guatemala e sta lavorando con le ragazze e i ragazzi del Mojoca ad un laboratorio di bigiotteria. Le abbiamo chiesto di intervistare un ragazzo che vive nella Casa degli amici e Morel si è reso disponibile.

Nora mi chiede di intervistare uno dei ragazzi della ‘Casa de los amigos’ e penso a Morel. In alcuni casi riferisco  più o meno le sue parole, in altre sintetizzo. Ho comunque rivisto il pezzo con lui per avere la sua approvazione. Mi ha pregato di sorvolare su un particolare, per il resto  tutto, compatibilmente con i problemi di traduzione, corrisponde al senso complessivo del discorso, anche se non del tutto con il suo andamento effettivo. Nel virgolettato si citano più fedelmente le affermazioni in prima persona, in altri passi riassumo.

Inizio chiedendo quanti siano attualmente gli ospiti della casa e se siano veramente amici.

“Sì, lo siamo, quando c’è qualche litigio gli altri aiutano a superarlo, spiegando che la casa è appunto un luogo di amicizia. Soprattutto quelli che stiamo qui da più tempo, che conosciamo il movimento da più tempo.

Ho conosciuto Gérard quando avevo circa 13 anni, la sua visita è stata per noi una vera novità. Noi eravamo pieni di problemi con la polizia e con tutti e lui, nonostante la sua età, veniva alla Casona (praticamente un deposito di spazzatura dove i ragazzi si erano ritagliati degli spazi), ci portava delle refacciones (spuntini sostanziosi) ci chiedeva se volessimo un posto dove lavarci, se ci sarebbe piaciuto studiare, ecc. E ci parlava di quello che avrebbe voluto per noi.

Il nostro problema più grande era la droga (tornerà più volte su questo tema) fumavo la marijuana e la colla già in Honduras. Ero andato in strada a nove anni perché la mia famiglia faceva la fame e mio padre mi picchiava; anche mia madre un po’, ma poi ho capito che era diverso. Mio padre picchiava sempre mia madre e una volta, quando mi sono messo in mezzo per difenderla, mi ha picchiato con un gran pezzo di legno, urlando che non ero suo figlio, non so se fosse vero o meno, me ne sono andato di casa.

Lavavo i vetri delle auto e poi ad 11 anni ho attraversato la frontiera con un amico, allora era facile. Sono tornato in Honduras nel 2006 per ottenere i miei documenti. Sono stato contento di rivedere i  miei, con cui nel frattempo non avevo avuto alcun contatto – ho 4 fratelli e 3 sorelle, io sono il secondo in ordine di età - ma la loro situazione era identica a quella di prima e da un anno non ho modo di comunicare con loro. Ho perso daccapo i contatti, dovrei tornare in Honduras per riprenderli.”

In Guatemala Morel entra addirittura una ventina di volte in ‘Casa Allianza’, così almeno dice, ma ogni volta per pochi giorni, dai 2 ai 17.

Da  piccolo era andato per un po’ a scuola, tanto da conoscere le lettere dell’alfabeto; l’attività di alfabetizzazione di strada del Mojoca lo aveva incoraggiato a unire poco a poco una lettera all’altra, a tentare di decifrare poco a poco i manifesti. Quando è divenuto coordinatore ha  ripreso la scuola. Adesso deve andare in terza primaria (elementare), può leggere la ‘Prensa’  - un quotidiano molto diffuso -, qualunque cosa , ripete con orgoglio; preferisce leggere che scrivere.

In Guatemala al posto della colla gira il solvente e a 18 anni passa alla ‘piedra’ (il crack). “Vedessi le mie foto di quel periodo!”, mi dice (è un bel ragazzo e io l’ho visto sempre con l’aria aperta e spesso sorridente). E in quel periodo riscuote la sua dose di pedate e secchiate di acqua fredda dai negozianti infastiditi dal suo giacere ‘fatto’ davanti ai loro negozi.

Dopo l’incontro con Gérard, nel corso degli anni, vede che il Mojoca è una istituzione che lavora come nessuno prima, “che non discrimina”. Nel 2006 inizia il suo ‘processo’ al Mojoca (comincia cioè a frequentare stabilmente la casa diurna e a superare una serie di tappe che lo portano a diventare socio del movimento). Ha quindi un figlio con una ragazza che stava uscendo dalla strada e lavora nella cucina del Mojoca, sta nella casa de los amigos, viene eletto coordinatore del movimento. E’ contento e svolge coscienziosamente il suo ruolo. Si prepara a fare vita indipendente con la sua famiglia, ma ha problemi con lo studio e un altro grosso  problema personale. Ciò lo deprime. Quasi senza accorgersene, per sfuggire ai suoi problemi, dall’aprile 2009 riprende a drogarsi, decade da coordinatore, torna in strada. Per pochi mesi però. Da settembre si rimette in carreggiata e sembra convinto che ciò sia definitivo.

E contro  il rischio di ricadute? 

“So di non riuscire ad essere la persona che vorrei… ma occorre che io stesso giunga a pensare che sto sbagliando”.

Rivolgersi ad accompagnatori, assessori, amici del Mojoca quando si accorge di essere in pericolo?

“Non sempre ho l’impressione che siano disposti ad ascoltare, hanno già tanti problemi… non voglio scaricargli addosso anche i miei…”.

Nel frattempo ha cominciato a produrre un po’ di sbadigli, forse non se ne accorge, ma di fatto me ne dà la spiegazione: non tutti i ragazzi del Mojoca hanno la  sua disponibilità al dialogo. Tanti non tollerano di fermarsi a pensare. Lui è abituato a parlare sin da bambino. Vari giornalisti lo pagavano perchè raccontasse la sua vita.

Vuole riprendere a studiare.

 

Dalle strade italiane....

AFGHANI A ROMA

Stefania SANTUCCIO

Almeno dal 2007 vivono in condizioni precarie sotto i portici degli Uffici delle ferrovie all’Air Terminal a Ostiense, in disuso da anni,  e accampati in una buca di un cantiere, come riparo le fondamenta di un palazzo.

Sono circa 150 profughi afgani, uomini, donne e molti minori: rifugiati politici, richiedenti asilo, alcuni con il permesso di soggiorno in tasca, in fuga da un paese in guerra. Per molti questa è solo una sosta temporanea in attesa di risposte per la richiesta di asilo. Da anni l’Air Terminal è una delle tappe del viaggio dei  profughi Afghani  molti dei quali vorrebbero poi proseguire per l’ Inghilterra.

 Il nostro sistema di accoglienza riserva al minore una protezione di fatto aleatoria e discrezionale, mentre dovrebbe essere garantita, visto che il nostro paese ha sottoscritto la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Nel 2008, infatti, sono state registrate 509 presenze di minori afghani, a conferma dell'incessante crescita del fenomeno nel nostro paese.

Intanto il cantiere deve concludere i lavori, lì sorgeranno gli uffici del Campidoglio 2 e i proprietari del terreno hanno sporto denuncia, perché i ragazzi hanno costruito baracche con materiali di risulta.

Il  12 novembre sono stati sgomberati per l’ennesima volta e almeno 120 condotti al Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, dove, secondo quello che ha detto il sindaco, resteranno trenta giorni per poi essere trasferiti nuovamente. Destinazione incerta. Alcuni, già segnalati in Grecia e che dovrebbero, quindi, tornare lì per l’esame della loro richiesta, sono rimasti alla stazione.

Da mesi le associazioni, tra cui Medici per i Diritti Umani, Medici contro la tortura, Asinitas,  Yo migro e il  Municipio XI  denunciano la situazione e hanno avanzato la proposta di allestire presso la stazione Ostiense un centro di accoglienza a bassa soglia, chiedendo di concedere a tutti i profughi afgani la protezione internazionale oltre ad individuare una soluzione socio abitativa alla loro vicenda.

La situazione dei profughi afgani viene descritta così in una lettera aperta indirizzata, il 23 ottobre scorso, da Medici per i Diritti Umani al sindaco di Roma e all’assessore per le politiche sociali:

“… Si tratta per lo più di giovani e adolescenti di nazionalità afgana, che fuggono da situazioni di violenza e di guerra ed hanno affrontato un viaggio lungo, difficile ed in alcuni tratti estremamente pericoloso per raggiungere il nostro Paese. Molti di loro sono richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno per motivi umanitari o per protezione sussidiaria, persone che, quindi, soggiornano regolarmente nel nostro Paese ed hanno diritto ad un’assistenza sociale e sanitaria parificata a quella dei cittadini italiani. Alla mancanza di qualsiasi tipo di rifugio che non siano l’asfalto, dei cartoni ed alcune coperte donate dalle associazioni, si aggiunge la presenza di una grande quantità di rifiuti e la totale mancanza di servizi igienici, con tutte le conseguenze immaginabili sul piano della salute individuale e collettiva … purtroppo, ad oggi, le misure adottate sono state eminentemente di ordine pubblico, cioè improvvise operazioni di sgombero realizzate dalle forze di pubblica sicurezza, con l’ausilio di mezzi meccanici.

Tali operazioni, disposte senza la programmazione di una soluzione alternativa né a corto né a lungo termine, hanno causato solamente la perdita dei pochi e preziosi effetti personali dei rifugiati, come ad esempio le coperte utilizzate per proteggersi durante la notte, la documentazione sanitaria ed i medicinali in loro possesso. Vi sono inoltre episodi di giovani afgani multati perché colpevoli, secondo quanto da loro testimoniato, di stazionare nei pressi della stazione ferroviaria o di cercare l’accesso ai bagni pubblici della stazione Ostiense. Queste persone quindi non solo non possono usufruire di standard di accoglienza accettabili ma oltretutto vengono in qualche modo punite per il fatto di trovarsi, senza colpa, in queste difficili condizioni … E’ del resto del tutto evidente che non ci troviamo di fronte a una questione di decoro urbano ma piuttosto a un problema di civiltà dell’accoglienza. Riteniamo infatti che la civiltà di una città si misuri anche dalla capacità di accoglienza nei confronti delle persone più vulnerabili, a maggior ragione quando esse sono portatrici di diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione italiana come nel caso dei rifugiati e i richiedenti asilo. ..”

 

14 novembre 2009: l’assemblea di  Amistrada

Adriana Cancellieri

L’assemblea dei soci di Amistrada del 14 novembre scorso è stata caratterizzata da due importanti novità, indicative del percorso dell’associazione e del suo rapporto con il Movimento delle ragazze e dei ragazzi di strada.

Per la prima volta, infatti, la relazione del presidente di Amistrada, che ha introdotto i lavori  assembleari, ha riservato un ampio spazio alla situazione italiana, sempre più caratterizzata da spinte autoritarie e da politiche razziste e xenofobe.

L’attenzione esplicita alla situazione di casa nostra conferisce una dimensione più profonda alla solidarietà con il Mojoca e caratterizza la nostra associazione, che non si prefigge scopi “benefici”, ma intende condividere con i giovani di strada sogni ed obiettivi di cambiamento, per costruire insieme un mondo dove siano rispettati i diritti di tutti. Siamo infatti convinti che nessuna vera solidarietà con le ragazze e i ragazzi di strada del Guatemala può prescindere dal nostro impegno nel contrastare situazioni di ingiustizia e di lesione dei diritti qui in Italia.

Questo tema è stato ripreso anche da un documento inviato dal gruppo di Eboli che denuncia lo sgombero, a San Nicola a Varco, di circa 800 migranti, impiegati nella raccolta dei pomodori: persone costrette a lasciare le loro baracche, in un periodo di freddo, pioggia ed epidemia influenzale, alle quali  non è stata offerta alcuna alternativa.  

L’esigenza di essere presenti e vigili rispetto a ciò che succede in casa nostra è tanto più importante nel momento in cui sta cambiando il nostro rapporto con il Mojoca. La crescita del Movimento dei giovani di strada e il consolidarsi dell’autogestione ci stimolano, infatti, ad un rapporto più dialettico, impostato ad un dialogo critico, i cui contenuti non possono ignorare i contesti in cui rispettivamente viviamo. Il rafforzarsi della coscienza critica del Mojoca rispetto alla società guatemalteca ci aiuta essere più coscienti e presenti nella nostra realtà.

La relazione di Nora Habed che, insieme a Mimmo Sarra, ha trascorso un periodo in Guatemala (un ampio stralcio della quale è riportata in questo notiziario), ha fornito all’assemblea elementi per comprendere di più la situazione attuale del Mojoca e il suo processo di crescita, segnato da notevoli progressi, ma anche da grandi difficoltà, fatica e contraddizioni.

Durante l’assemblea è stata letta una lettera inviataci da Gérard Lutte, che ci ha dato notizie sui progetti e le priorità del Movimento delle ragazze e dei ragazzi di strada.

Il Mojoca, nonostante i tentativi di estorsione e le minacce di morte che hanno caratterizzato i mesi di agosto e settembre, sta proseguendo sulla strada dell’autogestione e l’intensificarsi dei suoi programmi pone alla nostra associazione una sfida che ci obbliga ad essere vigili. I dati del preconsuntivo 2009 di Amistrada hanno evidenziato infatti una flessione delle entrate nel corso del presente anno, che non può non influenzare le previsioni di budget per il 2010.

Il futuro che si apre di fronte a noi, caratterizzato dagli effetti della crisi economica, ci induce a dimensionare il preventivo di spesa di Amistrada a stime prudenti, pur nella consapevolezza di dover rafforzare l’impegno per dare risposta alle cresciute esigenze del movimento dei giovani di strada. Sappiamo che anche in un contesto difficile possiamo contare su una grande risorsa: l’amicizia e la solidarietà di soci e sostenitori, l’impegno dei gruppi territoriali, che ha permesso in questi anni ad Amistrada di sostenere i giovani di strada anche in progetti che sembravano di difficile realizzazione.

 

Sosteniamo “Solidarietà internazionale”,

la rivista del CIPSI (Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale)

Nell'ultima assemblea nazionale ci siamo impegnati a mantenere in vita la rivista “Solidarietà internazionale” che rischia di chiudere. Poiché riteniamo sia un valido strumento di comunicazione e di intervento, nel quale trovano ampio spazio anche le tematiche relative ai giovani di strada, vi chiediamo di abbonarvi e di regalare qualche abbonamento ad amici e parenti.

L’abbonamento individuale costa 20 euro, per l’estero 30.

Coordinate per i PAGAMENTI:

Bollettino postale: CCP: 11133204
Intestato a: CIPSI, Via Bordighera, 6 - 20142 Milano
causale: Abbonamento Rivista "Solidarietà Internazionale"

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Causale: Abbonamento Rivista "Solidarietà Internazionale" (inserire indirizzo a cui inviare la rivista);

L’abbonamento annuale decorre dal momento in cui si riceve il pagamento effettuato allo stesso mese dell’anno successivo. Per accelerare i tempi ed essere inseriti subito nel database abbonati 2009, è possibile inviare copia del pagamento effettuato via fax (n. 06.59600533) o via mail (promozione@cipsi.it )

 

Care amiche, cari amici di Amistrada

Come avete potuto vedere il nostro Bollettino-Notiziario sta cambiando e, credo, in meglio. Raccogliendo, infatti, osservazioni, critiche, suggerimenti e proposte di chi lo legge, il gruppo redazionale sta cercando di rendere questo importante strumento di comunicazione della Rete di amicizia più bello e più interessante da leggere. Per questo motivo abbiamo deciso di chiedere la vostra collaborazione, di fare insieme a noi il notiziario, inviandoci notizie su quello che fate per Amistrada (come gruppo ma anche individualmente), opinioni, lettere, richieste. Ma vi chiediamo anche una cosa nuova, quella, cioè, di parlare e scrivere dell’Italia di oggi, della nostra povera Italia che non se la passa tanto bene. Come, infatti, abbiamo fatto nell’ultimo numero del notiziario con il bell’articolo di Laura Giarrusso "Il Guatemala a Roma”, vogliamo parlare del “Guatemala in Italia”, delle ingiustizie e dei problemi che coinvolgono tanta gente: gli emarginati, gli immigrati, la violenza sulle donne e sui diversi, i giovani senza lavoro e precari, ecc. Nei limiti di spazio del nostro piccolo notiziario, vorremmo, quindi, parlare di questo per costruire un rapporto più vero di solidarietà e di amicizia con i giovani di strada del Guatemala.

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Amistrada promuove, insieme ad altre associazioni, l'agenda Latinoamericana.

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Come partecipare…

Il modo migliore per appoggiare il Movimento delle ragazze e dei ragazzi di strada è quello di formare un gruppo di amicizia che possa far conoscere le condizioni di vita dei ragazzi di strada e aiutarli, anche con un sostegno economico prendendo le iniziative che sembrano più adatte.

Puoi partecipare con un lavoro volontario o con un contributo finanziario per i figli e le figlie delle quetzalitas o per una borsa di studio per le ragazze e i ragazzi. Puoi prendere in carico un progetto o dare un contributo libero. Amistrada può ricevere lasciti testamentari da devolvere secondo le finalità statutarie.

I versamenti vanno effettuati:

Intestato a: Amistrada Onlus Rete di amicizia con le ragazze  ei ragazzi di strada Via Ostiense 152/b 00154 Roma

Devolvi il 5*1000 per i ragazzi e le ragazze di strada Amistrada onlus c.f. 97218030589