articoli + 2008 maggio - Confronti

SENZA LE RAGAZZE DI STRADA E’ IMPOSSIBILE COSTRUIRE UNA SOCIETÀ PIÙ GIUSTA

Vita, la ragazza che ci racconta la sua storia, è vicepresidente del “Movimento dei Giovani di Strada del Guatemala”, associazione nata negli anni ’90 nella capitale di questo piccolo paese centramericano e che si è potuto sviluppare grazie alla solidarietà europea, in particolare italiana.

Il movimento che raggruppa più di cinquecento bambine, bambini e giovani di strada o da essa usciti, è autogestito a livello operativo. L’Assemblea Generale delle Ragazze e Ragazzi elegge un comitato di gestione composto da sei ragazze e tre ragazzi. Gli educatori e tecnici hanno solo un ruolo di consigliere, di formatore, di guida, ma solo le ragazze e ragazzi hanno diritto di voto.

Il processo educativo, basato sulla pedagogia dell’amicizia liberatrice, si sviluppa in varie tappe:

1)      lavoro di conscientizzazione e organizzazione in strada;

2)      formazione integrale, responsabilizzazione nel centro sociale con una scuola elementare e laboratori di avviamento al lavoro;

3)      apprendimento della vita autonoma fuori dalla strada in case famiglia di ragazze e bambini e di raazzi;

4)      reinserimento sociale, il diventare cittadina cittadino frequentando, con borse di studio, scuole pubbliche o private, iniziando a vivere in un alloggio proprio, avendo un lavoro che permette di vivere

5)      gruppi di autoaiuto per ragazze e ragazzi usciti di strada;

6)      gruppo di formazione delle figlie e figli usciti dalla strada.

Il movimento offre vari servizi: di salute fisica e mentale, appoggio giuridico, alimentazione per chi partecipa attivamente alle attività. Lavora in rete con istituzioni governative e private e fa parte del movimento popolare.

Il movimento riserva un posto privilegaito alle bambine e ragazze non solo perché subiscono maggiori violenze nella strada e nella società, ma soprattutto perché sono più sovversive, invadono i luoghi dei maschi – le piazze e le strade – non accettano il predominio delle istituzioni patriarcali, la famiglia e le istituzioni statali quali la polizia, che mantengono le ragazze nella subordinazione, le umiliano, abusano di loro. E anche per i valori diversi che manifestano, una maggiore sensibilità e attenzione agli altri, ai poveri, alla gente che si è duramente guadagnata il pane di ogni giorno, ai bambini per i quali rinunciano spesso alla strada e alla droga.

(per informazioni: www.amistrada.net)

La mia infanzia in strada

Mi chiamo Vita. Sono vicepresidente del movimento dei giovani di strada del Guatemala, ho vent’anni e un figliolo di due anni. Sono andata in strada all’età di cinque anni perché il mio patrigno mi maltrattava. Nei gruppi di strada ho incontrato l’amore, il rispetto, la solidarietà che non avevo nella mia famiglia. Però i miei compagni non potevano colmare il senso di solitudine di cui soffrivo. Ho camminato con molti gruppi, ho avuto molte esperienze, poi mi sono stabilizzata in un gruppo in cui c’erano una sessantina di bambini e adolescenti.

Un lager religioso

Una notte, mentre dormivamo tutti insieme in un piccolo parco che ci serviva da casa, siamo stati svegliati a bastonate da un gruppo di uomini che ci ha obbligato con la forza a salire su un camioncino. Ci hanno condotti in una casa di una setta religiosa dove sono stata sequestrata per quasi un anno. Lì ci maltrattavano. Eravamo costretti ad alzarci alle quattro del mattino, a fare la doccia con acqua gelida anche d’inverno, mangiavamo del cibo pessimo nelle ciotole dei cani ed eravamo costretti ad assistere a culti religiosi per due o tre ore al giorno mattina e sera. Dovevamo apprendere a memoria pagine della Bibbia e chi non le imparava era privato di alimentazione e picchiato. C’erano molti tipi di punizioni in questa casa: bastonate, privazione di alimentazione o essere rinchiuso in una cella di isolamento, buia, senza mangiare, ma la punizione preferita dal pastore era di passare la notte con le ragazze, di preferenza le più piccole, di nove o dieci anni. Ragazze incinte hanno perso il loro bambino a causa dei colpi che hanno ricevuto.

Sono riuscita, dopo quattro tentativi, a fuggire dalla casa approfittando del fatto che mi mandavano in strada a vendere immagini sacre per sostenere - così dicevano loro - i bambini di strada.

Quelli che dovrebbero proteggerci abusano di noi

Dopo qualche tempo sono ritornata nel mio gruppo che contava oramai solo una ventina di ragazzi e ragazze perché tutti gli altri erano stati sequestrati dalla setta.

Una sera un poliziotto delle forze speciali è arrivato e ci accusava di aver assassinato una donna, poi, sotto la minaccia di una pistola ha costretto tutte le ragazze a denudarsi, con la scusa di doverle perquisire per vedere se avevano indosso della droga, poi ha abusato di loro.

Questo evento fu per me traumatico, non avevo mai subito questo tipo di violenza. Poi abbiamo saputo che questo poliziottoaveva stuprato molte altre ragazze.

Lo abbiamo denunciato con l’aiuto di due istituzioni, che poi ci hanno abbandonato perché avevano ricevuto le minacce di questo delinquente, che era qualcuno di importante nell’esercito e che aveva partecipato al genocidio di Rios Mont durante la guerra civile. Le ragazze e i ragazzi di strada abitualmente tacciono quando i loro diritti sono violati, perché sono timidi, perché hanno paura delle rappresaglie, di essere uccisi e di non essere creduti. Ma alla fine questo silenzio uccide a poco a poco il tuo cuore che è schiacciato da tanta violenza, da tanti maltrattamenti, da tanto silenzio.

E poi si ha voglia di finire con questa vita.

Le istituzioni che si occupano dei bambini di strada

Ho avuto l’esperienza dei focolari di due istituzioni, però ne sono sempre uscita perché non mi piacevano. Certo, ricevevo tutte le cose materiali di cui avevo bisogno: un tetto, un letto, del cibo, vestiti, scarpe, cure di salute, ecc.. Non avevo però ciò che per me era più importante, il rispetto per la mia persona. Non avevo il diritto di esprimere ciò che sentivo, ciò che pensavo, dovevo fare tutto ciò che dicevano gli adulti, erano loro a decidere della mia vita e per la mia persona.

Il movimento dei giovani di strada

Sono quindi tornata in strada nel mio gruppo, poi ho conosciuto il movimento dei giovani di strada. All’inizio pensavo che era un’istituzione come tutte le altre, ma un poco alla volta ho visto che era molto differente: nel movimento non ti danno le cose gratuitamente, tutto si deve conquistare con lo sforzo personale, vogliono che si partecipi attivamente. Dobbiamo guadagnare con i nostri sforzi ciò che ci viene dato. Siamo noi stessi a decidere della nostra vita e dobbiamo essere protagonisti noi stessi del movimento. Nel movimento ci possiamo esprimere, possiamo dire ciò che pensiamo e ciò che sentiamo. Non ci sono superiori, gli educatori sono amici.

Tutto crollava per me

Poi, all’improvviso qundo partecipavo a un intercambio con un gruppo del Perù, mia madre morí. Tutto crollava per me perché mia madre era l’unica persona che avevo al mondo e, anche se non aveva accompagnato la mia infanzia, l’amavo. Era lei che mi aveva regalato la vita.

Tre giorni dopo ho avuto il mio bambino, ma ero triste, mi sentivo sola, non sapevo come allevare il mio bambino, non sapevo come dargli ciò che era necessario per vivere. Più volte ho pensato di affidarlo ad un’altra persona. Ero talmente disperata che ho ricominciato ad inalare droga e, poi, quando il mio bambino aveva tre mesi si è gravemente ammalato: i medici dicevano che sarebbe potuto morire se non avesse ricevuto le cure necessarie. Allora sono entrata in una grande crisi perché mio figlio era tutto ciò che mi restava al mondo, non volevo perderlo. Allora mi sono seduta, mi sono messa a riflettere e il Movimento mi è tornato in mente. Ho pensato che là mi avevano detto che ero io che dovevo decidere per la mia vita. Ho deciso che per salvare il mio bambino e per prendermi cura di me sarei uscita dalla strada. Sono quindi andata al movimento per chiedere un aiuto. Mi hanno dato prima di tutto un aiuto psicologico - di cui io avevo molto bisogno perché mi sentivo molto male - e anche un aiuto morale e spirituale. Mi hanno aiutata ad affittare una piccola camera e mi hanno comprato le medicine per il mio bambino. Dopo un mese è guarito. E’ così che sono uscita dalla strada, per amore per  il mio bambino e per me stessa.

Membro del coordinamento del movimento dei giovani di strada

L’anno scorso sono stata eletta nel comitato di gestione che dirige il movimento con i consigli degli educatori. Sono stata incaricata del settore della formazione con le ragazze.

Facciamo riunioni per discutere dei nostri problemi, riprendere fiducia in noi stesse, ritrovare la stima in noi, parlare dei problemi di salute, di come evitare le malattie veneree e l’AIDS. Abbiamo anche parlato dei diritti delle donne, facciamo anche laboratori di formazione professionale.

Sono molto contenta e orgogliosa di questa esperienza, perché noi della strada proviamo che siamo capaci  di essere responsabili di noi stessi e del nostro movimento, mentre la gente e altre istituzioni dicono che noi siamo dei buoni a nulla e gli altri devono dirci cosa fare.

Alcuni mesi fa sono stata rieletta nel coordinamento e nominata vicepresidente; adesso lavoro in un altro settore: sono responsabile della coscientizazione di strada. Questo mi piace molto perché posso rendermi conto delle condizioni di vita e dei problemi di ognuno dei miei compagni e compagne; prima ero preoccupata solo dei miei problemi. Il movimento, i miei compagni, i ragazzi e le ragazze di strada questa è la mia famiglia e io sono orgogliosa di rappresentarli perché faccio parte di loro.

Le Quetzalitas

Partecipo anche ad un gruppo di aiuto mutuo, che si chiama le Quetzalitas, che è formato da giovani madri che sono uscite dalla strada. Ci raduniamo due volte al mese, la domenica, per tutta la giornata. Parliamo dei nostri problemi, organizziamo la formazione sui problemi delle donne, sulla pressione da parte di uomini, sulla violenza, sulla mancanza di autostima, sulla educazione dei nostri bambini. Invitiamo anche una psicologa perché necessitiamo di un appoggio psicologico per sanare le ferite della nostra infanzia, liberarci dalla violenza e dai rancori che abbiamo accumulato e non vogliamo si ripercuotano sui nostri figli. Non vogliamo che ripetano la nostra infanzia e che soffino dei problemi di cui abbiamo sofferto noi. Cerchiamo anche di aiutare le madri e i loro bambini che continuano a vivere in strada. Il gruppo delle Quetzalitas è autogestito. e spero che presto tutto il movimento sarà autogestito.

Il movimento, le Quetzalitas, hanno potuto nascere e crescere grazie all’amicizia e all’aiuto economico di molte amiche e amici in Europa e noi li ringraziamo. Non è il denaro la cosa più importante per noi, ma la comunicazione, il rispetto che riceviamo da persone che neanche ci conoscono personalmente. Non siamo stati trattati in questo modo dalla nostra famiglia e questo ci aiuta molto a non scoraggiarci nel momento di grande difficoltà che incontriamo quando usciamo dalla strada. Non mi vergogno di essere stata una ragazza di strada perché la mia famiglia sono i ragazzi di strada ed io faccio parte di loro.

(a cura di Gérard Lutte)