articoli + 2003 Maggio Terra di nessuno - 1
UN PROGETTO DI VITA
Città del Guatemala. Quattro milioni di abitanti stesi su di una vallata e arrampicati alle pendici dei monti circostanti. Persone accatastate le une sulle altre incuranti del fatto che alla prima scossa di terremoto – e in questo paese si tratta di quando, non di se - tutte le abitazioni più modeste, veri e propri castelli di carta, si livelleranno al terreno, senza lasciare scampo agli occupanti. I palazzi del potere politico ed economico sembrano piazzati lì come per un allestimento fieristico: finito il weekend, tutti a casa. La maggior parte della città sembra un paesino di provincia. Infinito, però.
Padre Gerardo, come tutti lo conoscono qui, mi ha dato appuntamento alle otto di una mattina fresca e assolata. Lo sfondo ho imparato a conoscerlo in fretta: traffico caotico, fumi di scarico, odore di fagioli e tortillas, filo spinato, guardie private regolarmente equipaggiate di fucile a pompa più grande di loro, capello impomatato e Ray-Ban. E poi un vociare confuso di bigliettai dei bus, ferventi attivisti di qualche setta religiosa, bottegai, clienti e bambini di ogni età. Sì, un sacco di bambini. A gruppetti nelle piazze, seduti agli angoli delle strade, nascosti al buio dei tendoni del mercato, ovunque. Non è necessario uno sguardo particolarmente attento o sensibile per accorgersene e capire che quei luoghi sono il loro habitat naturale. I loro volti riflettono l’esistenza risicata che vivono. Ragazze e ragazzi hanno un immenso bisogno di essere avvicinati, guardati, riconosciuti come persone, amati. Hanno anche bisogno di essere accompagnati per potere difendere i loro diritti.
E’ ciò che ha percepito Gérard Lutte qualche anno fa, quando il suo lavoro con i giovani della strada gli ha permesso di scoprire le loro ricchezze e le loro richieste. La grande intuizione fu che un progetto non poteva costruirsi che partendo da loro, con loro, in mezzo a questi spazi transitori, a questi gruppi sempre in movimento in cui crescono, si affermano o vengono schiacciati, a volte stuprati, assassinati o distrutti poco alla volta dal solvente che inalano tutto il giorno per dimenticare fame, umiliazioni e paura. Così è nato il Movimiento de Jovenes de la Calle (MoJoCa), con l’obiettivo di aiutare i ragazzi a trovare dentro loro stessi la forza di cambiare vita.
Suono ad un vecchio portone nel cuore della città. Una ragazza sorridente mi accoglie e mi guida fino ad un patio, dove molti giovani indaffarati e chiacchieroni sbucano dalle stanze che vi si affacciano. Un paio di ragazze stendono il bucato, qualcuna siede in silenzio con lo sguardo nel vuoto, altre parlano fra loro sommessamente. Lo spazio è molto più ampio di quel che immaginassi. Gerardo è intento a salire le scale che portano al suo ufficio, quando mi viene indicato.
Calma e serenità, ma anche decisione e pragmatismo, ecco le prime sensazioni. Mi spiega che per svilupparsi il movimento aveva bisogno di un luogo per radunare, alfabetizzare, offrire cibo, docce e sanitari, promuovere anche microprogetti in cui i giovani potessero diventare gli attori della propria evoluzione. Ci troviamo, dunque, in una vecchia casa del ’29, restaurata dai giovani stessi. “Ora abbiamo anche attrezzato la cucina e vari laboratori che diverranno mezzi per uscire dalla violenza, dalla droga e, per chi vuole, anche dalla strada”, mi spiega con trasporto.
“La strada è lo specchio della vita del Guatemala: è un luogo di insicurezza, violenza, stupri, assassinii. Perfino il traffico automobilistico è parte degli abusi subiti dall’uomo nella strada : non c’è posto per lui. Non ostante tutto ciò, la strada è tuttavia luogo di libertà, sogni e speranze. E’ difficile da vivere, ma ha le sue gioie, i suoi momenti di prossimità, le sue espressioni, le sue convivialità. Sono questi aspetti positivi che dobbiamo coltivare e far fiorire, per ottenere la vittoria sul ripiego, sul non senso, la droga, la violenza, la prostituzione”, prosegue Gerardo.
Di storie brutte ce ne sono tante, purtroppo. Ad alimentare l’energia di chi si occupa di questi ragazzi, però, sono quelle belle, di cui non si parla abbastanza. “I giovani sono la maggioranza in Guatemala; i bambini sono preziosi, siano voluti o meno. E quando arrivano, le loro madri, i loro genitori gli danno il meglio: in una semplice coperta o in una scatola di cartone, sono già principesse o principi. Un cartone come culla non è gran che, ma ricevono tanto affetto; il rumore della strada è infernale, ma non manca la tenerezza. Si vedono genitori di strada dispiegare tesori di pazienza e amore in circostanze che rimangono sempre precarie”.
Mentre mi illustra gli ambienti della casa - qui la lavanderia, lì le cucine, laggiù gli spazi per le attività comuni, veniamo raggiunti da Giovanni, un ragazzo italiano che fa parte della rete dei Nats di Bologna. Si trova qui per un tirocinio post laurea: “Sono arrivato qui da pochi giorni. Una cosa l’ho capita subito: c’è tanto da imparare”. Ogni tanto il nostro cammino viene interrotto da chi deve interpellare Padre Gerardo per qualche questione pratica da risolvere.
Le giornate, per gli operatori del Movimento, si svolgono quasi sempre sulla strada, vicino ai ragazzi. Si cerca prima di tutto un contatto, poi si lavora per mantenerlo e rafforzarlo. Si intende creare un rapporto di amicizia sincera. Gérard Lutte, infatti, sottolinea: “L’amicizia è l’attitudine fondamentale, il modo di relazionarsi con gli altri che caratterizza il metodo della pedagogia della liberazione. L’amicizia è la forma più nobile ed esigente di amore, il modello ideale delle relazioni tra gli esseri umani. Non è possibile fare un buon lavoro con i ragazzi di strada senza amare l’amicizia verso ciascuno e ciascuna di essi, senza essere preoccupati per la felicità, la dignità, la salute, la istruzione di ognuno, senza soffrire quando soffrono, quando si ammalano, quando sono umiliati, quando sono cacciati dalle loro case. L’amore dell’amicizia, amore spirituale, disinteressato, o meglio la passione dell’amicizia che pone al centro della nostra vita, dei nostri progetti, dei nostri pensieri, dei nostri sogni la felicità dei ragazzi di strada deve essere la base del nostro compromesso; una base necessaria, indispensabile. L’amore dell’amicizia ci dona coraggio ed entusiasmo, ci aiuta a superare le frequenti debolezze e difficoltà, ci rende creativi”.
I ragazzi di strada, mi spiega, si incontrano in vari luoghi del centro della città : i parchi centrali, il ponte, il nono corso, la diciottesima strada. Alla mattina si svegliano con difficoltà, si salutano, si contano, vanno alla ricerca di qualcosa da mangiare, preoccupazione prioritaria. Gli operatori, alla fine di un processo di conoscenza, cercano di formare dei gruppi omogenei di ragazzi o ragazze, sorta di famiglie. Dai vari gruppi, poi, emergono leader che accettano di diventare animatori delle loro compagne e compagni. Qui tentano di esprimere simbolicamente lo spirito del movimento, in una riunione con gli accompagnatori adulti.
Di tanto in tanto, alla fine della settimana, un gruppo o l’altro esce dalla città. La giornata inizia con qualche gioco relazionale, con attività sportive, e poi, c’è uno spazio dove si parla del progetto di movimento : ognuno esprimere il suo parere o semplicemente essere presente perché si trova bene nel gruppo. Poi c’è la convivialità del pranzo prima di altre attività. Le discussioni, gli incontri, la partecipazione a manifestazioni conducono progressivamente alla presa di coscienza di appartenere a un movimento, a condizione di volerlo, di accettare certe esigenze, di partecipare. Stanno elaborando la carta del movimento con discussioni, confronti ed accettazione con un voto.
Vedo una ragazza gettare con rabbia una lattina per terra: qualcosa non le è andato a genio. “E’ appena arrivata”, mi dicono con un tono di voce che contiene tutta la comprensione e la pazienza del mondo. E la certezza di poter farle trovare la tranquillità e la forza di cui ha bisogno dentro se stessa. E’ frustrante essere solo di passaggio e non poter assistere all’evoluzione di situazioni difficili di cui si porta a casa un’immagine fuggevole.
“La formazione del movimento è stata una sfida. E’ un progetto difficile, che incontra difficoltà non solo nella società, ma anche nei ragazzi di strada e in noi stessi medesimi. Esige una formazione continua a livello umano, spirituale, intellettuale e professionale. E’ un progetto di vita contro una prospettiva di morte”. E gli occhi dei ragazzi che mi salutano mentre chiudo la porta sono lì a confermare le parole di Gérard Lutte.