le analisi e i saggi + Nora Habed: 2010 Maggio

Nascita del Movimento delle Ragazze e dei Ragazzi di Strada (MOJOCA) e della Rete di Amicizia (AMISTRADA)

Questi appunti nascono da una ricerca partecipativa a cui ho collaborato nel 2005 con il prof. Lutte a Città del Guatemala. La ricerca, che è durata tre mesi, aveva lo scopo di capire quale metodologia pedagogica  era stata utile nel percorso educativo per passare da una vita di strada a una vita indipendente nella società: quali  ostacoli e quali  interventi adeguati . Nella ricerca sono state intervistate tutte le ragazze e i ragazzi che frequentavano la Casa dell’Amicizia, i  lavoratori del Mojoca, il gruppo di Quetzalitas e i diversi gruppi di strada. In tutto, circa cinquecento persone.  Oggi è stata aggiornata prendendo note dal libro di Lutte “Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala”, III ed. Qualevita 2009,  e da interviste  concesse dal prof. Lutte in diversi momenti.

Dal 1993 il prof. Gérard Lutte, docente di psicologia dello Sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, ha dato avvio nella città del Guatemala ad una esperienza formativa e di solidarietà con i  ragazzi e le ragazze di strada. Questa esperienza, raccolta nel libro: G. Lutte “Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala” Ed. Qualevita 2009, si è consolidata nel tempo dando luogo alla nascita del Movimento dei Giovani di Strada (MOJOCA) in Guatemala  e alla costituzione, in Italia, della “Rete di amicizia con i ragazzi e le ragazze di strada, Onlus” (AMISTRADA) che ha la finalità di appoggiare il Movimento. Una rete simile è nata anche in Belgio. Le attività di formazione del MOJOCA si svolgono nella Casa dell’Amicizia nel centro storico della città, nella zona 1, e nelle due case di transizione per le giovani madri con i loro figli (casa 8 marzo) e nella casa per i ragazzi (casa degli Amici).

Come dice Lutte, gli obiettivi principali del MOJOCA sono due: 1) organizzare i giovani nella strada affinché possano difendere i loro diritti, prima di tutto il diritto alla vita,  migliorare la qualità della loro vita e partecipare alla costruzione di una società più giusta; 2) aiutare con un processo educativo le ragazze e i ragazzi a formarsi e a inserirsi nella società come cittadini e cittadine responsabili.

 

Il Guatemala

Il  Guatemala, situato nell'America Centrale, conta  circa tredici  milioni  di abitanti (67% sono indigeni), di cui il 45% ha meno di 15 anni. L’82% dei bambini al di sotto dei 5 anni soffre, a livelli più o meno gravi, di denutrizione. Il 74% della popolazione vive in povertà - il 44% in stato di estrema povertà (40% ha un reddito inferiore ad 1 $ al giorno).

Pochi  latifondisti, il 2% della popolazione, sono proprietari dei due  terzi delle terre. L’analfabetismo nella popolazione di oltre i 15 anni di età è del 41%, ma tra le donne è del 56% e nelle aree rurali del 77%  I trentasei anni di conflitto armato, terminato nel dicembre del 1996 con la firma degli Accordi di Pace, hanno lasciato un paese distrutto con un drammatico bilancio: 1.940.000 vittime di cui il 75% sono indigeni.

Il Guatemala detiene anche uno dei primati del femminicidio nella regione centroamericana: solo durante il 2009, sono state assassinate 847 donne. E, negli ultimi dieci anni, sono morte in modo violento 5.027 donne[1].

Il paese è diventato una delle vie principali  del  trasporto  della cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti.

 

I ragazzi e le ragazze di strada

Secondo le ricerche effettuate dal prof. Lutte in Guatemala, “il numero dei ragazzi e delle ragazze di strada è notevolmente cresciuto negli ultimi anni (circa 10.000) non solo a causa  dello sviluppo dell'economia di mercato, ma anche in seguito al conflitto armato e al genocidio degli indigeni negli anni '80 che hanno provocato una forte emigrazione interna soprattutto verso la capitale con la creazione di un centinaio di baraccopoli attorno ad essa”.

Nelle baraccopoli spesso manca tutto: acqua, elettricità, fogne e raccolta dei rifiuti. Le famiglie sono spese disgregate, poverissime e non raramente violente. Le ragazze e i ragazzi più vivi e intraprendenti, decidono di fuggire da questi luoghi di noia e di violenza e di vivere nella strada in gruppi che diventano la loro famiglia. Emigrano perciò verso il centro della città che è diventato un grandissimo mercato, di giorno, popolato di bancarelle e di piccoli venditori ambulanti che riempiono le strade più importanti, e di notte deserto e praticamente abbandonato a se stesso. La classe benestante che fino a 20 o 30 anni fa ci viveva si è trasferita  in periferia in lussuosi quartieri residenziali organizzati secondo lo stile americano: ogni quartiere ha il proprio centro commerciale, ristoranti, cinema, ecc., tutto custodito da poliziotti privati. La città è divisa in zone: la zona 1 corrisponde al centro storico che, alle sette di sera, rimane nel più completo abbandono  diventando il rifugio dei senza-tetto con tutti i pericoli che ciò comporta. La Casa dell’Amicizia del Mojoca è, proprio per questo, in questa zona.

 

Storia del Movimento dei giovani di strada (Mojoca)

(dal sito del Movimento: www.amistrada.net)

Ribelli o schiacciati, non sottomessi, eppure solidali, le ragazze ed i ragazzi hanno bisogno di essere riconosciuti ed amati come persone. Nel 1993, dopo un'inchiesta, svolta da Gérard Lutte, dove potevano esprimere liberamente il loro vissuto, è nato il sogno di un movimento di giovani di strada gestito da loro stessi, per difendere i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita. Come afferma il prof. Lutte, “la ricerca che ho svolto nel ’93 aveva fatto nascere in me molte perplessità sul modo di agire delle associazioni che si occupavano dei bambini di strada in questo Paese, perché tentavano di reinserirli nella società tramite l'istituzionalizzazione. Le ragazze ed i ragazzi di strada venivano rinchiusi in case-famiglia, dopo un certo tempo erano mandati a studiare in una scuola o a lavorare; però le coppie erano separate, e per di più la pedagogia utilizzata in queste istituzioni non teneva conto dell'autonomia dei ragazzi nella strada e voleva rieducarli subordinandoli agli adulti. La maggior parte di quelle che entravano in queste istituzioni, dopo qualche tempo ne usciva.

Per di più il metodo educativo, basato sull'autoritarismo, non faceva riferimento alla pedagogia della liberazione che caratterizza invece molte associazioni di bambine, bambini ed adolescenti di strada o lavoratori di strada in America latina. Avendo avuto la possibilità di conoscerli, di dialogare con loro, di vederli vivere e sopravvivere nella strada, ero convinto che erano capaci di organizzarsi e prendere in mano il loro destino, e che era possibile un’uscita da quella vita senza passare attraverso un'istituzione. Era nato in me il sogno di un’organizzazione autogestita delle ragazze e ragazzi di strada e di un’associazione per aiutare quelle e quelli tra loro che ne volevano uscire  senza passare per case-famiglie”.

1994: nasce l'associazione "Las Quetzalitas", gruppo di auto-aiuto composto di sole ragazze (alcune decine) che decidono di uscire dalla strada, affrontando insieme i problemi della nuova vita: casa, lavoro, figli, marito e violenza. Le Quetzalitas costituiscono il primo gruppo autogestito del movimento.

1997: inizia il "Movimento de Jóvenes de la Calle". Il movimento si forma principalmente nella strada, nei luoghi dove vivono, lavorano, mangiano, dormono, con incontri, con giochi e discussioni centrate sui loro diritti e problemi. L'idea di un movimento autogestito entusiasma i ragazzi e le ragazze e quelli più grandi, in una riunione spontanea senza la presenza di adulti, nominano due loro rappresentanti, decidono di comprare quaderni e penne, e da soli iniziano i corsi di alfabetizzazione. Il movimento si estende rapidamente ad altri gruppi (per un totale di una decina di gruppi e alcune centinaia di ragazze e ragazzi) grazie al lavoro di accompagnatrici adulte e di volontari.

1998: la prima casa delle ragazze e ragazzi del movimento è aperta. Per svilupparsi il movimento aveva bisogno di un punto di riferimento per tutti gruppi della strada. Nel cuore della città, una vecchia casa del '29 è stata affittata e restaurata dai giovani stessi. La casa non è un parcheggio, ma luogo di riunioni, d'attività, di formazione.

2000: cresce il protagonismo dei giovani del movimento. La solidarietà italiana ed una sovvenzione dell'Unione Europea permette di comprare la casa.

E’ stata aperta una mensa (frequentata da diverse decine di persone) e si sono intensificati i corsi di educazione e alfabetizzazione (frequentati da un centinaio di persone), e di post-alfabetizzazione e formazione professionale (frequentati da decine di persone). Le ragazze e le coppie che escono dalla strada ricevono un aiuto per studiare, trovare una camera o iniziare una microimpresa. Cresce il protagonismo dei giovani ed una ex-ragazza di strada è diventata educatrice.

2002-2003: debutto della gestione. Ormai i giovani della strada partecipano pienamente alla gestione del movimento. L’assemblea generale ha eletto un coordinamento di sette ragazze e ragazzi che lavorano con gli adulti. Tutto si decide insieme: la programmazione, le spese.

Le attività nella strada si intensificano. Tutti i membri del movimento sono all’opera e si prepara attivamente la tappa seguente: il momento in cui i giovani lo dirigeranno da soli con soltanto un aiuto degli adulti, i quali diventeranno dei tecnici e dei consiglieri.

2006: completa autogestione del Movimento decisa in un’assemblea generale dei ragazzi e delle ragazze di strada. Solo i ragazzi e le ragazze possono prendere le decisioni, mentre gli adulti hanno solo un ruolo di consiglieri, possono partecipare alle discussioni ma non prendere le decisioni.

Si apre la  casa 8 di marzo che ospita per un periodo le ragazze che vogliono uscire dalla strada assieme ai loro bambini, le ragazze incinte, quelle che soffrono situazioni di emergenza: gravi problemi di salute, violenza, pericolo di morte.

2007: Si inaugura la casa “degli Amici” per i ragazzi. Ha finalità simili alla casa delle donne

2008-2009: Ristrutturazione della Casa dell’Amicizia del Mojoca e reinaugurazione della casa.

2009-2010: Inizio dei laboratori solidali Mojoca che dovrebbero permettere di dare un lavoro dignitoso alle ragazze e ai ragazzi usciti dalla strada e, con il tempo, finanziamenti per i programmi del Mojoca

 

Le caratteristiche principali del Mojoca  (dal libro del prof. Lutte):

a) l'autodeterminazione: spetta ad ogni giovane decidere se vuole iniziare il processo educativo, frequentare la scuola, entrare in una casa; ognuno elabora il proprio progetto di vita per realizzare i suoi sogni;  b) l’autogestione: sono le ragazze e i ragazzi stessi che dirigono il movimento: l'assemblea generale elegge un comitato di gestione composto da nove ragazze e ragazzi; gli adulti hanno solo una funzione di guida, di orientamento e di consulenza tecnica; c) il Mojoca utilizza la pedagogia dell'amicizia liberatrice fondata sul rispetto di ogni persona, della sua autonomia, sulla fiducia e l’uguaglianza;  d) la parità tra i generi: in un paese in cui le donne sono emarginate, spesso vittime di maltrattamenti, stupri ed assassinii, il Mojoca s'impegna nella difesa dei diritti delle donne, che sono la maggioranza in tutti gli organi direttivi dell'associazione; e) l’educazione come mezzo principale di promozione umana: la scuola e la formazione integrale sono l'aspetto essenziale del  metodo educativo.

L’amicizia come metodologia pedagogica

Da quando esiste, il Movimento dei Giovani di strada in Guatemala si centra su un concetto fondamentale: l’amicizia. È attraverso il senso dell’amicizia che sono impostati la metodologia educativa e il percorso pedagogico, che si attua in tutti i programmi e nelle attività del Mojoca. Nasce dalla strada perché è lì che si realizzano i desideri di libertà, di non sottomissione e di solidarietà tra le ragazze e i ragazzi. L’amicizia è il luogo interiore della condivisione.

È liberante perché esce dal proprio centro della persona per andare verso l’altro che si sente riconosciuto e ascoltato, non giudicato o discriminato.

Recuperare questo valore caratteristico della vita di strada e farlo diventare un modello pedagogico non è stato facile. Ci sono voluti anni di sistematizzazione e di valutazione critica per arrivare ad impostare il metodo pedagogico, che si ispira soprattutto agli studi di Giulio Girardi sull’amicizia liberatrice e alle ricerche e agli studi approfonditi di Gérard Lutte sui giovani di strada. Con questa impostazione nasce la pedagogia  dell’amicizia liberatrice, che parte dalla realtà concreta degli ultimi, che sono capaci di liberarsi e di liberarci da questo sistema opprimente in cui viviamo. E diventa un metodo educativo continuamente in evoluzione, in funzione della pratica, della riflessione critica collettiva e dello scambio con altre organizzazioni popolari e di ricerca per una pedagogia liberatrice.

La pedagogia dell’amicizia liberatrice, come sostiene G. Lutte, parte da due principi fondamentali

che sono alla base delle attività e dei rapporti con le ragazze e i ragazzi di strada:

1. I più poveri, gli esclusi, gli ultimi, sono le persone più importanti di tutto il progetto pedagogico

perché essi possono cambiare il mondo partendo dalla propria liberazione;

2. Soltanto queste persone possono liberarsi e migliorare la società liberandola. Per questo c’è uno scambio reciproco e paritario, un processo di accompagnamento in questa lotta di liberazione. Questo affiancamento avviene attraverso un atteggiamento che non è solo di rispetto, ma anche e, soprattutto, di amicizia.

L’amicizia è, dunque, l’atteggiamento fondamentale, il modo di rapportarsi agli altri che caratterizza il metodo della pedagogia della liberazione e per questo è unica, perché parte da ogni singola persona con i suoi propri tempi di comprensione e di maturazione. Per questo è ascolto e relazione. È uguaglianza. Conseguentemente, la programmazione e le attività educative scaturite da questo modello pedagogico sono integrali, perché indirizzate al riconoscimento e alla conquista del rispetto dei diritti fondamenti dei più oppressi: il diritto al rispetto, alla vita e all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, alla casa e al lavoro. Perché è solo lottando per il rispetto dei diritti delle classi più emarginate, si può prendere coscienza delle condizioni di ingiustizia e di disparità create dal sistema economico, politico e sociale dell’economia di mercato.

Il  processo di coscientizzazione nel metodo pedagogico è un processo ampio e complesso, che interessa tutta la persona e che comporta una presa di coscienza, che passa attraverso diverse tappe. Essa va dalla condizione di marginalità, che parte dalla conoscenza della propria oppressione dove i diritti non sono rispettati e si vive una situazione di ingiustizia e di violenza, all’organizzazione delle classi marginali: esse unite si organizzano per rivendicare questi diritti fondamentali e per cambiare la società.

È un processo continuo e lungo che non si completa mai totalmente, perché è di pari passo con i cambiamenti sia all’interno del paese, sia a livello internazionale e, che coinvolge anche la lotta per i diritti delle donne, delle minoranze etniche non riconosciute, dei disabili, ecc. e perciò diventa anche una apertura e una comunione a livello globale con tutte le classi emarginate che subiscono ingiustizie in qualsiasi parte del mondo. Inoltre, richiede non solo la presa di coscienza di un cambiamento della realtà sociale, ma anche della persona che è, in fondo, la più incisiva perché comporta una nuova visione dei valori personali e dei progetti di vita.

Comporta, per questo, una ristrutturazione della propria personalità, del proprio comportamento e dei rapporti con gli altri, arrivando ad una nuova ridefinizione di se stessi e della propria identità.

I percorsi, che conducono alla presa di coscienza e all’impegno sociale, sono numerosi e diversi, perché dipendono non solo dall’unicità di ogni persona, ma anche dalle circostanze che possono favorire od ostacolare questa presa di coscienza che è, in ogni caso, una scelta individuale e libera. L’ambiente che ci sta attorno è molto importante perché può trasmettere sia il senso di solidarietà, di rispetto e di amore per gli altri, oppure, come spesso succede, può trasmettere un senso di esclusione e di disuguaglianza sociale. La scuola tradizionale, così come è impostata, spesso trasmette questa seconda opzione, perché si fa portavoce dell’ideologia dominante, che nasconde le disuguaglianze sociali e le loro cause, impedisce la formazione di uno spirito critico e stimola il conformismo, l’individualismo e la competitività. Per raggiungere questi risultati, la scuola tradizionale ricorre non solo al contenuto dell’insegnamento ma anche ai rapporti gerarchici di dominio-sottomissione e di controllo, non di democrazia e partecipazione.

Proprio per questo, la pedagogia dell’amicizia liberatrice si delinea e si consolida come una pedagogia alternativa, integrale, paritaria, critica, solidale e partecipativa, che parte dall’individuo nella sua realtà per arrivare all’organizzazione collettiva nel suo impegno per trasformare questa realtà.

La vita di strada

Perché si sceglie la strada? Una tesi di laurea sul Guatemala di Maria Serena De Masi (2002/2003),conferma ulteriormente le ricerche portate avanti dal prof. Lutte sulle motivazioni della scelta delle strada : l’ estrema povertà, il maschilismo, la disgregazione delle famiglie e le violenze, sono circostanze che favoriscono l’ingresso in strada anche se non ne sono la causa. Forse questa scelta di vita non è sempre fuggire da una situazione difficile, è uscire dalla subordinazione cercando una vita autonoma. Molti scelgono la strada pur avendo tutto, comprese buone relazioni con i genitori. Essa rappresenta una vita dura piena di sofferenze ma anche di amicizia e di solidarietà. Il gruppo della strada ha un forte potere attrattivo facendo sentire i giovani importanti e padroni di se stessi. Chi dice che la strada non è una scelta perché i ragazzi sono costretti a fuggire da condizioni di violenza, dovrebbe spiegare perché altri nelle stesse condizioni non lo fanno. “…spesso ognuno di noi sceglie nella propria vita ciò che gli sembra il male minore, perché ogni scelta è il risultato di valutazioni soggettive”. La scelta della strada è molto importante, segna una ristrutturazione della personalità, comporta il coraggio di affrontare una vita ricca di difficoltà, la capacità di sopravvivenza, l’importanza dei sogni e dei progetti che permettono di immaginare una vita migliore (Lutte, 2001).

Dalle ricerche effettuate sia dal prof. Lutte che dalle tesi di laurea dei suoi studenti, sia dalle  ricerche iniziate durante il mio soggiorno nel 2005, si desume che l'età di inizio della vita in strada è molto diversa per i ragazzi e le ragazze: la maggior parte dei maschi l’ha cominciata verso i 5-6 anni e comunque,  prima dei dieci. Invece le ragazze la iniziano a partire dal loro sviluppo puberale, dopo i dieci anni, coincidendo in gran parte con abusi e violenze sessuali subite o per l’abbandono della famiglia da parte di un genitore. Le ragazzine che sono andate in strada prima di questa età, lo hanno fatto seguendo una sorella più grande.

Nella ricerca a cui ho collaborato nel 2005 nelle interviste realizzate al gruppo di Quetzalitas (gruppo auto-gestito di 16 ragazze madri uscite dalla strada) e al gruppo dei “coordinatori”, ragazzi usciti dalla strada che lavorano al Movimento, le loro risposte sono unanimi: si sceglie la strada per la libertà. Spesso in essa trovano una liberazione dagli abusi e dai maltrattamenti che hanno subito. La scelgono anche per trovare un senso di amicizia e di solidarietà, altri simili con cui condividere pene e sofferenze, ma anche gioie e rischi del vivere. Per molti, la strada diventa la nuova famiglia.

Altri scelgono la strada perché provengono da istituti statali o privati, dove erano stati mandati dal tribunale per i minori a causa del disagio familiare, e lì, all’interno dell’istituto, hanno conosciuto  ragazze e ragazzi che raccontavano della loro esperienza sulla strada. Il richiamo a viverla e a scappare è molto grande. Come afferma, Lutte, “La sottocultura della  strada dove sono spesso membri di un  gruppo,  protagonisti della propria vita, esercita una forte attrazione su questi giovani, dà loro la sensazione di essere importanti, di riuscire a  cavarsela bene da soli, di essere i padroni di se stessi”.

Purtroppo, la strada diventa spesso fonte di nuovi abusi e violenze. Spesso le ragazze sono nuovamente violentate, sia dai loro stessi compagni, anche loro vittime del maschilismo regnante nell’America Latina, sia dai poliziotti pubblici o privati. E’ da sottolineare che Città del Guatemala è una città armata perché è piena di poliziotti privati che custodiscono qualsiasi attività commerciale (cinema, ristoranti, alberghi, discoteche, negozi, librerie, ecc.) senza una legge che li regolamenti. Spesso essi sono persone che svolgono questo servizio come secondo lavoro per completare i loro miseri salari e quindi girano armati stanchi e arrabbiati.

Sono le ragazze, più dei maschi, quelle più esposte ai rischi della violenza e della miseria. E’ molto comune vedere ragazzine di 13-14 anni, incinte.

La strada è anche fonte di un consumo spropositato di droghe come  il solvente, la marijuana, il crack, l’eroina., la cocaina, gli psicofarmaci e gli alcolici. Tutte le volte che sono andata fra loro e tutte le volte che ho visto entrare i ragazzi alla sede del Movimento, erano sempre sotto l’effetto dalla droga. La più comune, per quello che ho visto, è il solvente, anche perché è relativamente economica e facile da reperire. Lo usano a tutte le ore e in tutti i momenti. Queste abitudini diventano un ostacolo molto grosso anche per chi vuole uscire dalla strada. Infatti, nell’inchiesta che abbiamo realizzato, alla domanda: quali ostacoli hai avuto per uscire dalla strada? è molto frequente sentirsi rispondere: la droga. Chi fa un consumo di droga da quando ha 7-8 anni, e ora ne ha 18, è troppo dipendente di essa e gli è estremamente difficile lasciarla. Nella droga trova l’illusione del mondo sognato che non ha avuto nella realtà, inoltre, con la droga si sente meno freddo e meno fame.

Durante il mio soggiorno nel 2005, è stato ucciso Dionisio, un ragazzo di 20 anni. Lui partecipava alle attività del Mojoca ed era nel processo di uscita dalla strada. E’ morto accoltellato nella “Casona”, una casa abbandonata nella zona 4, rifugio di un gruppo di ragazzi. Il motivo della morte è ancora un mistero ma si pensa abbia avuto a che vedere con il consumo del crack, una droga derivata dalla cocaina e che crea dipendenza non solo psichica, ma anche fisica e rende molto aggressivo chi ne fa uso. Sembra che a partire dal ’98 con l’apparizione del crack, la strada sia diventata più violenta. Questo ragazzo di 20 anni, ha lasciato una bambina di un anno e la sua compagna di soli 17 anni. Per il suo funerale, è stato necessario rintracciare la famiglia e registrarlo all’anagrafe, altrimenti non si poteva seppellire. Risultava senza diritto di cittadinanza. Ora, con la sua morte, ha avuto ufficialmente un nome.

La morte fra i ragazzi e le ragazze di strada è all’ordine del giorno. Può avvenire per violenza, per l’Aids, per le malattie infettive. Sopravvivere alla strada è quasi un miracolo. Nella sede del Mojoca esiste una lunga lista di ragazzi e ragazze che sono passati attraverso il Movimento e che ora non ci sono più. Morti anche a solo 15 anni se non ancora più piccoli. Per ironia delle storia, molti di questi ragazzi non sono nemmeno esistiti. Spesso essi non sono nemmeno registrati all’anagrafe, molti si scelgono un proprio nome e cognome che poi sulla strada sono cambiati con altri soprannomi. Per questo è difficile quantificare quanti sono. E’ la popolazione invisibile che popola le strade buie di Città del Guatemala.

Intervenire sulla strada

Un intervento psico-pedagogico può avere possibilità di successo se è concreto, possibile, alternativo e significativo per chi lo riceve. Dalle sue origini, il Movimento nasce direttamente sulla strada con l’obiettivo principale di far diventare il giovane protagonista delle  proprie scelte, prendendo in considerazione le motivazioni di fondo che lo hanno portato a vivere sulla strada. Non si vuole realizzare un intervento assistenzialistico, molto comune in queste problematiche di marginalità, dove sono solo gli adulti a prendere le decisioni.

I ragazzi che hanno fatto la scelta della strada, alcuni sin da piccoli, hanno una marcata tendenza all’anarchia e alla libertà. Non sopportano  di essere rinchiusi o di sentirsi sotto pressione, se non è derivato da una loro scelta personale. E’ molto importante prendere in considerazione questa  caratteristica per qualsiasi intervento che si voglia realizzare con loro. Infatti, molti ragazzi rinchiusi nelle istituzioni, pur avendo assicurato un pasto caldo, l’alloggio, l’assistenza medica e quella scolastica, spesso scappano da questi posti e scelgono nuovamente la strada perché preferiscono sopravvivere nella libertà piuttosto che nella sicurezza e nella protezione di un posto che non riesce a dare loro un senso di appartenenza.

Per questo, l’obiettivo principale del progetto non è tanto quello di “forzarli” a uscire dalla strada, o di reinserirli nella società, ma quello di coscientizzarli nella loro dignità umana, nella rivendicazione dei loro diritti, nell’appropriazione della loro cittadinanza. Solo in un secondo momento, se lo richiedono, li si aiuta nella pianificazione di un possibile progetto di vita alternativo alla strada.

Il progetto educativo del Mojoca è realizzato da un comitato di gestione dove partecipano in qualità di “coordinatori”, 8 ex-ragazze e 1 ex-ragazzo di strada eletti dai loro compagni convocati in una assemblea generale. La maggior parte di loro va sulla strada a contattare i gruppi che vivono lì e ognuno ha il compito di seguire, in qualità di coordinatore responsabile, uno o più programmi del Mojoca, in modo tale che sono gli stessi giovani che hanno vissuto una vita di strada, le persone più interessate a vigilare per gli interessi dei loro compagni e compagni di strada. Questo comitato di gestione è affiancato da adulti professionalmente preparati che hanno il  ruolo di “accompagnanti”, persone che non necessariamente hanno fatto una vita di strada  ma che hanno le competenze necessarie per capirla. Ci sono anche altre 3  adulti, responsabili dei laboratori (falegnameria, sartoria e pasticceria) che restano nella sede del Mojoca per realizzare attività manuali con i ragazzi  e offrire loro una formazione professionale. La responsabile del laboratorio di sartoria, anch’essa proviene da una esperienza di strada.  Attualmente, il Mojoca conta con 32 lavoratori, 13 dei quali hanno avuto una esperienza di vita in strada.

Il ruolo delle donne nel Mojoca e la filosofia del Movimento

Interessante anche il rapporto uomini-donne tra i lavoratori: 8 uomini e 24 donne, senza includere la presenza di Gérard Lutte, coordinatore dei programmi e figura carismatica del Mojoca. Uno degli obiettivi iniziali del Movimento era proprio quello di far assumere alla donna un ruolo di pari dignità e di riconquistare i suoi diritti per secoli calpestati. In modo particolare, in una società come quella guatemalteca, il fatto di essere donna in una cultura maschilista, di origini indigene, di classi sociali emarginate e, in più, giovani, rappresenta una rivendicazione quotidiana dei suoi diritti fondamentali.  Tutta l’amministrazione è nelle mani delle donne e delle donne sono i ruoli di massima responsabilità del Mojoca. Anche la presidentessa della giunta direttiva del Mojoca è una donna con una esperienza di vita in strada. Questo prevalere di una visione femminile all’interno del Movimento, pur se comporta a volte un senso di ‘emarginazione’ da parte di alcuni giovani combattuti da una storia secolare di maschilismo, crea le basi di una visione di uguaglianza e di rivendicazione dei diritti sociali spesso più vissuti dalle donne per essere loro le più sensibili alla vita quotidiana soprattutto quando si devono assumere in prima persona la responsabilità dei figli spesso abbandonati dai loro padri. La ribellione della donna è ancora più forte perché più forte è l’esperienza di ingiustizie e di violenze subite. Proprio per questo,  è lei la più determinata a cambiare scelte di vita.

Un tema su cui si dibatte molto e su cui il comitato di gestione è molto sensibile, è quello del senso etico del loro lavoro e dell’importanza di mantenere alto lo spirito di servizio. Spesso nelle loro riunioni si sente ripetere parole quali “il cuore del nostro lavoro sono i ragazzi di strada”, “non dobbiamo dimenticare che sono loro il nostro obiettivo”, ecc.

Tutte queste persone convivono ogni giorno con il problema dell’emergenza: qualcuno del Movimento viene arrestato, qualcun altro picchiato selvaggiamente da un poliziotto, qualche coppia espulsa di notte dall’alloggio dove erano sistemati, qualcun altro che si scopre sieropositivo e bisogna intervenire per aiutarlo, qualcuna che è incinta e vuole accelerare il processo per uscire dalla strada… e il più triste di tutti, qualcuno che è morto assassinato. I problemi sono tanti e spesso devono prendere provvedimenti immediati per intervenire su casi di emergenza che sono quotidiani.

Sono comuni anche le discussioni su fatti interni alla casa: c’è chi è riuscito a portare la droga dentro, chi ha rubato un cellulare, chi ha messo le mani su qualche compagno, chi non vuole collaborare nella manutenzione della casa, ecc. Non è facile gestire 50-60 ragazze e ragazzi con interventi che non siano di controllo o punitivi, per far sentire che questo posto è diverso, che questa è la loro casa e che sono loro i protagonisti di ogni cambiamento. Non è facile soprattutto perché è un lungo processo di coscientizzazione e di creazione di rapporti interpersonali basati sulla fiducia e sul dialogo. E’ solo nel momento in cui il senso di fiducia è interiorizzato, che i ragazzi e le ragazze cominciano a cambiare perché cominciano a credere in se stessi.

Per chi ha vissuto una vita di non riconoscimento, il fatto di aver trovato qualcuno che crede in lui e che lo ascolta, è estremamente stimolante per iniziare a ripensare la propria vita e diventa uno dei fattori più importanti nella presa di decisione di lasciare la strada. In questo senso, tutti gli operatori del Mojoca sono coinvolti e per essi, mantenere questo clima di accoglienza, di fiducia e di tolleranza, pur rispettando le regole della convivenza,  non sempre è facile perché ci vuole una grande stabilità interiore e una profonda convinzione di ciò che si fa, oltre che una buona preparazione professionale. A volte le misure prese sono troppo rigide, soprattutto quelle che riguardano le “sospensioni” a frequentare la casa per un periodo di tempo. Chi non ha rispettato alcune regole dentro la casa (per es. non rubare, non introdurre droga, ecc.) viene sospeso ma si corre il rischio che non torni più. A volte si è anche rigidi nel rispettare i tempi delle diverse fasi del processo (4 fasi di circa un anno). Si rischia anche qui che il ragazzo o la ragazza si stanchino di rispettare questi tempi e abbandonino tutto. Si discute molto anche sul limite di età per aver diritto a partecipare alle diverse attività. Alcuni operatori sono a favore di criteri più flessibili analizzando caso per caso, altri, invece, temono di diventare troppo soggettivi nelle valutazioni e quindi di creare favoritismi.

Di tutti questi rischi gli operatori sono consapevoli e spesso chiedono consigli per poter migliorare il loro lavoro. E’ anche da tener presente che molti di loro, soprattutto per quelli usciti dalla strada, alcune problematiche le hanno vissute in prima persona e il loro contributo parte da quelle esperienze. Queste  aiutano molto nelle decisioni da prendere. Questo confronto costante tra gli operatori del Mojoca, tra chi  ha fatto una vita di strada e chi non, è molto arricchente  perché è il confronto tra due mondi che si rispecchia non solo in vissuti diversi ma anche in linguaggi diversi.

Credo sia molto interessante cercare di capire i cambiamenti delle persone anche attraverso la riappropriazione del linguaggio e il suo uso per arrivare nel tempo a significati condivisi. Lavorare sui concetti è un modo di allargare l’orizzonte educativo perché ogni concetto ha sempre una propria valenza. Per esempio, è molto comune sentire parole quali “libertà”, “rispetto”, “solidarietà”, “amicizia”, “tolleranza”, “esclusione”, ecc. Sono tutte parole-chiave che fanno parte della filosofia del Movimento.

Il concetto “libertà”, ha lo stesso significato per tutti? Spesso per chi ha fatto la scelta della strada, libertà è “fare ciò che si vuole”, oppure “non avere nessuno che ti comanda”. Ed spesso, dietro c’è il significato profondo del rispetto della persona. Il prof. Lutte  ha cercato in questi anni di stimolare la riflessione e di realizzare seminari sulla filosofia del Movimento,  lavorando sulle parole-chiave che vengono fuori dalle risposte degli operatori per arrivare insieme a significati condivisi. Inoltre, conservare nella memoria e nella filosofia del Movimento, i valori della strada: l’amicizia, la condivisione, l’ascolto, il non possesso e l’accumulo dei beni materiali, l’altruismo, l’intelligenza e  la creatività. Fare di questo progetto pedagogico un recupero dei valori della strada senza le sue connotazioni negative e proporlo come una alternativa ai disvalori vissuti e proposti dalla società.

 

Le 4 fasi del progetto educativo del Mojoca

I Fase. Contatto sulla strada e iniziazione nei giorni aperti.

Ha due scopi principali. In primo luogo, realizzare il contatto con persone  e con gruppi nuovi sparsi nella capitale per conoscerli e creare legami di amicizia e, secondo, concordare con i giovani le attività da realizzare: dibattiti, attività ludiche, sportive, corsi di alfabetizzazione, pulizia del luogo, cura della salute, ecc.  Questo primo contatto viene realizzato tutti i giorni dall’équipe di strada, composta da 2 educatori e due coordinatori (normalmente un ragazzo e una ragazza) che hanno la sensibilità e l’esperienza della vita di strada. Si realizzano una media di 10 incontri sulla strada e si invitano i giovani a partecipare il sabato alle attività “libere” all’intero della casa dell’amicizia per conoscere meglio la proposta educativa del Mojoca.

Le giornate del sabato, iniziano sempre con la opportunità di dare a tutti i partecipanti la possibilità di farsi la doccia, lavare gli indumenti, prendere una ricca colazione che si conclude con un pranzo nel primo pomeriggio. Nell’arco del mattino si realizzano attività ludiche ma anche di riflessione sulla loro vita in strada, sui problemi che incontrano e sulla possibilità di organizzarsi per rivendicare i loro diritti.

Fa molta impressione le prime volte che si assiste all’accoglienza delle giornate “libere”, vedere 20-30 ragazzi e ragazze che arrivavano in primo mattino,  sporchi, drogati, addormentati e affamati, entrare uno ad uno in questa vecchia casa stile coloniale, ora restaurata, dopo essere stati ispezionati da un altro compagno o compagna, per controllare che non portino droga, coltelli o altri strumenti pericolosi. Dopo poco tempo, gli effetti della droga diminuiscono e i ragazzi sembrano svegliarsi da un lungo letargo. All’orario di uscita, essi appaiono diversi. Nel saluto, spesso fatto con una sola mano perché nell’altra portano in una busta di plastica gli indumenti puliti, si intravede la precarietà della vita di strada. Si ha la consapevolezza che alcuni continueranno a venire mentre altri non ce la faranno perché il richiamo della droga è troppo forte e non riusciranno a resistere a tante ore di astinenza, o perché quella stessa sera,  saranno vittime della violenza della strada.

II Fase. Inizio di attività nella casa del Mojoca: scuola elementare e apprendimento di un mestiere

La seconda tappa, si svolge nella casa dell’amicizia che inizia con la possibilità per le ragazze e i ragazzi di farsi  la doccia, lavare gli indumenti, prendere una ricca colazione (uova, riso, fagioli, pane e caffè-latte) e successivamente, partecipare alle varie attività: una scuola elementare che funziona ogni mattina dal lunedì al venerdì, organizzata da tre maestri diplomati e con una preparazione specifica nella pedagogia e, dopo un ricco pranzo, cominciare per tre pomeriggi di iniziazione al lavoro nei laboratori di sartoria, pasticceria e falegnameria e in altre attività formative.

Secondo il prof. Lutte,  nel suo libro già citato, “la seconda fase è un tempo importantissimo nella formazione delle ragazze e dei ragazzi di strada. Il tempo in cui sono chiamati a un cambio radicale di vita, a una ristrutturazione della loro personalità, alla formazione di una nuova identità e all’allontanamento dalla droga, condizione indispensabile per realizzare un progetto di vita alternativo alla vita senza progetti e senza regole. Frequentare ogni giorno la scuola o un laboratorio di formazione professionale significa imparare a rispettare orario e impegni, a vivere con amicizia con gli altri, a controllare l’aggressività. In questa fase, quindi, importantissimo è l’appoggio di amicizia e anche, per chi lo vuole, l’appoggio psicologico che permetta di realizzare un progetto di vita”.

I giovani partecipano anche alla manutenzione della casa, pulizia, aiuto in cucina, ecc.

L’impegno dei ragazzi e delle ragazze in questa fase è estremamente importante e spesso è anche fonte di frustrazioni e delusioni, sia per loro, che per il personale del Mojoca. Anche se la partecipazione alle attività del Mojoca è costante, il continuare a vivere sulla strada è condizione di una grande precarietà perché si vive alla giornata. Sulla strada può succedere di tutto, anche  morire in modo violento.

Questa precarietà della vita di strada diventa precarietà anche nella vita all’interno del Movimento. E’ un continuo andare e tornare. Infatti, molti ragazzi e ragazze dopo un certo periodo di tempo, a volte tre, quattro, cinque mesi e anche dopo un anno, si fanno di nuovo vivi e vogliono ricominciare a frequentare il Movimento. Spesso il loro riapparire è motivo di festa, come dicono loro, “qui ci sentiamo a casa”, come una “piccola famiglia” che li accoglie di nuovo.

In questa accoglienza, gli operatori del Mojoca hanno una grande sensibilità e, nonostante certe rigidità per alcune regole (cominciare o meno il processo daccapo), prevale il buon senso e, soprattutto, la fiducia che si può ricominciare.

Finita la scuola primaria all’interno del Mojoca, quelli che lo desiderano, possono continuare ogni tipo di scuola, compresa l’università, sostenuti da una borsa di studio finanziata dalla solidarietà italiana e europea.

III Fase. Fase di transizione tra la strada e il reinserimento nella società

Citando il prof. Lutte, “Le ragazze e i ragazzi, che vogliono uscire dalla strada, possono usufruire di vari opportunità:

Casa 8 marzo.

La casa ospita le ragazze, decise ad uscire dalla strada, per tutto il tempo necessario alla preparazione ad una vita autonoma nella società. Molte di queste ragazze sono giovani madri, che chiedono ospitalità anche per i loro figli e figlie. La casa è autogestita dalle ragazze che vi abitano e decidono come ripartire i lavori di cucina, di pulizia della casa, le attività di tempo libero e di formazione, i permessi per passare il fine-settimana con la famiglia o il fidanzato. Durante la giornata, i bambini frequentano l’asilo nido o la scuola materna, mentre le loro mamme vanno a lavorare o frequentano la scuola e una laboratorio professionale del Mojoca. Se lavorano, si iscrivono ad una scuola di serale o aperta il sabato. La casa serve anche per accogliere le ragazze che hanno un grave problema di salute o sono vittime di violenza nella loro famiglia o sono minacciate di morte.

Le ragazze stesse decidono quando sono pronte per uscire dalla casa, dopo aver discusso con le altre sull’opportunità di questa decisione, ossia se già sono pronte per affrontare una vita autonoma, se hanno un lavoro che permette loro di mantenere i loro figli, se sanno amministrare i soldi ed educare con tenerezza i loro figli, e se hanno acquisito una stabilità emotiva e se si sono staccate dall’uso delle droghe.

Casa degli amici.

E’ una casa-famiglia per i ragazzi, con funzioni simili a quelle della casa delle ragazze.  Siccome i giovani non vivono con i loro figli e non corrono sulla strada gli stessi pericoli delle ragazze di strada, la ‘casa degli amici’ interviene, anche, in caso di necessità per casi di urgenza quando, durante la notte o i giorni festivi, il centro educativo è chiuso”.

IV Fase .  La vita fuori dalla strada (dal libro del prof. Lutte)

In questa fase, le socie e i soci del Movimento possono essere eletti dai loro compagni come membri del comitato di gestione.

Inserimento in una abitazione propria

“Le ragazze e i ragazzi che vogliono intraprendere una vita indipendente, possono chiedere un aiuto per l’alloggio, che consiste in una sovvenzione di tre mesi per pagare il fitto di una camera, e l’alimentazione di base. Ricevono anche un aiuto psicologico in questa difficile fase di transizione, in cui si ritrovano separati dal gruppo, nel quale hanno vissuto in strada o in una delle case del Mojoca. Il gruppo di lavoro del reinserimento, offre un appoggio almeno per un semestre, per consigliarli in caso di necessità, amministrare la casa, tenerla pulita, pagare regolarmente il fitto e vivere in armonia con i figli e, eventualmente, con il loro compagno o la loro compagna.

Inserimento nel mondo del lavoro

Per poter vivere fuori dalla strada, è necessario avere un lavoro che permetta di vivere una vita degna per sé e per la propria famiglia, senza ricorrere a mezzi illegali di sussistenza. Questo obiettivo non è facile da raggiungere, perché la disoccupazione colpisce la maggior parte della popolazione del Guatemala e anche perché le ragazze e i ragazzi, che escono dalla strada, hanno studiato poco e sono vittime di pregiudizi, particolarmente quando hanno un tatuaggio. In imprese come McDonald o Burger King, essi devono subire una visita medica e se c’è il minimo tatuaggio non vengono assunti. Per l’inserimento nel mondo del lavoro, privilegiamo la costituzione di micro-imprese di produzione e, soprattutto, di vendita. Questa forma di lavoro  sembra la più adeguata per le ragazze e i ragazzi di strada sia perché sono abituati a prendere iniziative per la propria sopravvivenza, sia perché si sottomettono difficilmente all’autorità arbitraria di un padrone e non sopportano facilmente lo sfruttamento dilagante nel paese.

Per potere ottenere un micro-credito per creare una micro-impresa, la ragazza o il ragazzo deve presentare un progetto. In questo compito viene aiutato da un consigliere adulto, che studia con lui dove istallare una micro-impresa che abbia buona possibilità di riuscita. Riceve anche una formazione che gli permetta di amministrare bene questa attività, di sapere dove e come comprare prodotti di qualità, come calcolare i prezzi e presentare i progetti. Quando inizia l’attività, riceverà ancora per un anno, un aiuto con una supervisione periodica e di una formazione continua.

Chi esce dalla strada, continua a ricevere, se vuole, un appoggio da parte del Mojoca è si è invitati ad appoggiare a loro volta i propri compagni e compagne che vivono ancora per la strada.

Quetzalitas

Il programma delle Quetzalitas, nato autonomamente, è molto interessante: esso è principalmente un gruppo di auto-aiuto dove le donne si incontrano ogni 15 giorni, di domenica, per parlare tra di loro dei loro problemi (spesso sono donne lasciate dai loro compagni e gestiscono da sole i  figli ), delle difficoltà trovate, del rapporto con i figli. Passano nella sede del Mojoca tutto il giorno, dividendo la giornata tra condivisione e seminari di formazione. Una delle psicologhe del Movimento organizza con loro seminari attinenti la loro condizione. Molti seminari chiamati “cura con affetto”, sono centrati sul rapporto madre-figlio.  Le donne arrivano con i figli e alcuni volontari, spesso stranieri che vanno in Guatemala per realizzare un tirocinio post-laurea, si occupano di loro organizzando attività ludiche programmate. La maggior parte delle ragazze è madre di 2-3 figli i quali sono appoggiati con una borsa di studio per permettere alle madri di lavorare, e ai figli, di uscire dal circolo vizioso dell’analfabetismo e dell’ignoranza. I bambini delle Quetzalitas, circa una cinquantina, ricevono mensilmente un piccolo sostegno economico che serve per pagare l’asilo nido o la scuola materna”.  

Nell’esperienza che ho fatto in Guatemala, ho partecipato alle riunioni delle Quetzalitas, svolgendo anche un seminario sul significato della relazione e sul rapporto madre/figli. E’ commovente vedere tutte queste donne, ex-ragazze di strada, la maggior parte con una storia di violenze subite, che hanno avuto il coraggio di affrontare la vita in un modo diverso fuori dalla strada.  Nelle interviste che abbiamo realizzato, alla domanda : cosa ti ha aiutato ad uscire dalla strada?, una delle prime risposte è stata il fatto di essere incinte. La gravidanza crea una condizione di crisi che apre diversi sbocchi. Per queste donne violentate e maltrattate, il fatto di essere portatrici di una nuova vita all’interno del loro corpo diventa una grande spinta a lasciare la strada per far vivere alla nuova creatura, una vita diversa.

Ovviamente le difficoltà che incontrano sono enormi: mancanza di una casa, di un lavoro, di una famiglia che le protegga, spesso anche di un compagno che decida di lasciare anche lui la strada. Inoltre, la dipendenza dalla droga e il senso di solitudine che si prova a lasciare il gruppo di strada, ormai la propria famiglia, per cominciare da sole, con tante responsabilità, una vita in fondo precaria e incerta. Nelle storie delle donne intervistate, l’età della gravidanza è adolescenziale: molte sono rimaste incinte a 15, 16, 17 anni e già devono prendere decisioni importanti. Alcune di loro non ce l’hanno fatta e sono rientrate sulla strada, poi, con una seconda gravidanza, decidono nuovamente di provare a lasciarla.

Lasciare la strada per sempre al primo tentativo, è molto difficile. Nelle interviste emerge quasi sempre, che è stato un provare e riprovare, finché arriva la motivazione di fondo che è più forte: quella di recuperare i figli e di non abbandonarli. Tutto questo con la grande difficoltà di affrontare un sentimento molto comune nei ragazzi di strada: il senso di solitudine. Ovviamente, la solitudine si vive meno sulla strada, si è in qualche modo sempre in compagnia. Vivere in una stanzetta, spesso da soli per affrontare i problemi della quotidianità: orari, spese, ricerca di un lavoro mal retribuito in cui si è  spesso sfruttati, richiede coraggio e stabilità interiore.

Per questo è molto importante in queste fasi, il sostegno psicologico, anche perché senza la droga emergono ancora di più tutti i traumi.

Nueva Generación

I ragazzi usciti dalla strada hanno anche loro il loro gruppo che hanno chiamato “Nuova Generazione”. Una volta alla settimana, visitano gruppi di strada per condividere con i loro compagni che ancora vi vivono e  spiegare loro cosa è il Movimento e l’aiuto che può dare per migliorare la propria vita. Anche loro realizzano due sabati al mese, seminari di formazione sulla paternità responsabile, sul maschilismo e sulle cause della violenza.

Mariposas o Farfalle (dal libro del prof. Lutte)

“Questo gruppo è composto da un centinaio di bambini e bambine, figli e figlie delle ragazze e dei ragazzi usciti dalla strada. Sono divisi in tre sotto-gruppi. Quelli che ancora non possono camminare bene e sono affidati a bambinaie che curano soprattutto la loro igiene personale; il gruppo dei medi, dai 3 ai 5 anni, e quello dei grandi, dai 6 ai 12 anni. Loro stessi hanno scelto di dare al proprio gruppo il nome, molto significativo, di Mariposas o Farfalle, che indica una metamorfosi. Si dà una grande importanza a questo gruppo perché si è convinti che se questi bambini e bambine ricevono una educazione  senza violenza, che rispetta i loro diritti di persone frequentando l’asilo, la scuola materna o elementare, potranno rompere il circolo vizioso che favorisce il ritorno alla strada.

Le bambine e i bambini di questo gruppo si incontrano per due domeniche al mese: per i più grandi  sono previste attività formative, che danno loro la possibilità di manifestare le loro capacità espressive e di imparare a vivere in armonia con le loro compagne e i loro compagni.

Le psicologhe e le giovani del comitato di gestione, che lavorano con questo gruppo, stanno attente alle condizioni di salute mentale o fisica di ogni bambina o bambino e, in caso di necessità, si impegnano per aiutare i bambini e le bambine che hanno problemi di salute o sono vittime di maltrattamento nella loro famiglia.

Ogni bambino e bambina riceve anche una piccola borsa di studio, che permette alle madri di inviarli all’asilo nido o alla scuola materna o elementare. Le madri e i padri di questi bambini ricevono anche una formazione che li aiuta ad educare i loro bambini con tenerezza”.

Realizzazione dei progetti di vita

Nella ventiquattro interviste  realizzate ai coordinatori e alle Quetzalitas, emerge che il fatto di aver trovato qualcuno che creda in loro, li ascolti, li rispetti e li accolga è stato fondamentale nel processo di uscita dalla strada (ne sono usciti oltre cento). Per molti ragazzi e ragazze è stato stimolante aver trovato persone come loro che sono riusciti a farlo e che ora sono diventati educatori. Nei primi tempi aiuta anche il sentirsi “protetti” con un minimo di sostegno economico e psicologico. Per la spinta ad uscire è pure indispensabile far trovare la motivazione di fondo. Per le giovani donne incinte, l’idea della maternità crea una grande motivazione a uscire dalla strada.

Gli ostacoli per uscire dalla strada sono immensi: in primo luogo, l’abbandono del gruppo che è sicuramente diventato una famiglia, l’astinenza della droga soprattutto se il suo consumo è di molti anni, poi il lavoro che non si trova. Moltissimi di loro quando cercano una occupazione, si sentono segnalati come ragazzi di strada a causa dei tatuaggi che portano sul corpo. E’ un segno distintivo dei ragazzi di strada e questo crea subito un ostacolo per trovare un impiego. Inoltre, la professionalità. I giovani, anche se hanno raggiunto un certo grado di scolarizzazione, (III Media), non trovano un lavoro dignitoso. Spesso finiscono nel settore terziario, nella micro-vendita di prodotti commerciali o commestibili girando per le strade del Guatemala. Molti ragazzi, soprattutto ragazze, devono affrontare da soli il nuovo mondo sociale. Questo lo sentono estremamente pesante, sia perché non è un ambiente accogliente e protettivo, sia perché si sentono esclusi. Spesso le loro famiglie di origine sono inesistenti o difficili da rintracciare,  altre volte la delusione di averle rintracciate crea ancora più depressione.

Le lacune affettive, le violenze subite, i ricordi traumatici, hanno effetti psicologici di lunga durata  ferite invisibili ancora più difficile da risanare.

Riuscire, nonostante tutto, a costruirsi un progetto di vita è una grande scommessa. Molto lavoro con i ragazzi e le ragazze di strada è proprio su questo: la scommessa sul futuro, sul fatto che ce la possono fare, che il rispetto alla loro dignità umana è un  diritto, che qualcuno ha fiducia in loro, che esiste l’amicizia.  Nelson Mandela diceva che un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso. Sognare che un altro mondo è possibile lo impariamo dalle ragazze e dai ragazzi di strada nella Città del Guatemala che con la loro ribellione non si arrendono. Il loro sogno diventa anche il nostro sogno.

Nora Habed giugno 2005-maggio 2010.

 

Per ulteriori approfondimenti: www.amistrada.net 

 

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[1] El País 7-4-2010 Intervista a  Walda Barrios-Klee , consejera asesora de la Unión Nacional de Mujeres Guatemaltecas