le analisi e i saggi + Nora Habed: 2005 Giugno
Vivere sulla strada ai limiti dell'emergenza
L’esperienza con i ragazzi e le ragazze di strada nella città del Guatemala
Dal 1993 il prof. Gérard Lutte, docente di psicologia dello Sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, ha dato avvio nella città del Guatemala ad una esperienza formativa e di solidarietà con i ragazzi e le ragazze di strada. Questa esperienza, nata con poche risorse umane ed economiche, si è consolidata nel tempo dando luogo alla costituzione in Italia e nel Belgio, della “Rete di amicizia con i ragazzi e le ragazze di strada, Onlus” che ha la finalità di appoggiare questi giovani.
La condivisione degli obiettivi mi ha portato a lavorare con il prof. Lutte, nel periodo gennaio-marzo 2005, presso il Movimento dei ragazzi di strada (Mojoca) di Città del Guatemala. In questo contesto, ho condiviso con loro e il gruppo di educatori le esperienze quotidiane e le frequenti situazioni concrete di emergenza quali l’assassinio di un giovane di strada, l’espulsione violenta di una famiglia di ex-ragazzi di strada della casa nella quale vivevano, ecc. Ho contribuito con le mie conoscenze di psicoterapeuta e di psicologa dell’emergenza alla soluzione di alcuni di questi problemi. Ho svolto anche seminari sul tema dell’emergenza e ho partecipato ad una ricerca qualitativa basata su dialoghi e storie di vita dopo aver elaborato con il prof. Lutte e gli operatori del Mojoca, il disegno di questa ricerca che terminerà nel settembre del 2005
La finalità della ricerca è di coinvolgere tutte le persone che fanno parte del Mojoca, in una riflessione critica sul Movimento, sulla sua storia e sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi per cui esso è nato; capire la metodologia di lavoro e di coordinamento tra i vari programmi, conoscere meglio i gruppi di strada e indagare sul perché molti giovani non partecipano alle sue attività; conoscere meglio ogni persona, i suoi sogni, le sue difficoltà, per appoggiarla nella realizzazione del proprio progetto di vita.
Con i 14 membri del comitato di gestione (una 15° è in congedo per gravidanza) ho svolto tre seminari: uno sull’ascolto, uno sulla psicologia dell’emergenza, e uno sul conflitto nei rapporti interpersonali. Inoltre, assieme al prof. Lutte abbiamo realizzato un seminario sull’amicizia liberatrice e un altro di riflessione su qual è la filosofia del Movimento.
Attraverso questi seminari e tutte le riunioni del lunedì a cui ho partecipato, ho capito dall’interno l’orientamento psico-pedagogico degli interventi con i ragazzi e le ragazze di strada. La filosofia e la politica di un organismo si capisce solo attraverso la conoscenza dei sui quadri nel loro agire quotidiano.
Il Guatemala
Il Guatemala, situato nell'America Centrale, conta più di dodici milioni di abitanti (67% sono indigeni), di cui il 45% ha meno di 15 anni. L’82% dei bambini al di sotto dei 5 anni soffre, a livelli più o meno gravi, di denutrizione. Il 74% della popolazione vive in povertà - il 44% in stato di estrema povertà (40% ha un reddito inferiore ad 1 $ al giorno).
Pochi latifondisti, il 2% della popolazione, sono proprietari dei due terzi delle terre. L’analfabetismo nella popolazione di oltre i 15 anni di età è del 41%, ma tra le donne è del 56% e nelle aree rurali del 77% I 36 anni di conflitto armato, terminato nel dicembre del 1996 con la firma degli Accordi di Pace, hanno lasciato un paese distrutto con un drammatico bilancio: 1.940.000 vittime di cui il 75% sono indigeni.
Il Guatemala è diventato una delle vie principali del trasporto della cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti.
I ragazzi e le ragazze di strada
Secondo le ricerche effettuate dal prof. Lutte in Guatemala, “il numero dei ragazzi e delle ragazze di strada è notevolmente cresciuto negli ultimi anni (circa 10.000) non solo a causa dello sviluppo dell'economia di mercato, ma anche in seguito al conflitto armato e al genocidio degli indigeni negli anni '80 che hanno provocato una forte emigrazione interna soprattutto verso la capitale con la creazione di un centinaio di baraccopoli attorno ad essa”.
Nelle baraccopoli spesso manca tutto: acqua, elettricità, fogne e raccolta dei rifiuti. I ragazzi e le ragazze di strada provengono da questi quartieri miseri ed emigrano verso il centro della città, ora diventato un grandissimo mercato, di giorno, popolato di bancarelle e di piccoli venditori ambulanti che riempiono le strade più importanti, e di notte deserto e praticamente abbandonato a se stesso. La classe benestante che fino a 20 o 30 anni fa ci viveva si è trasferita in periferia in lussuosi quartieri residenziali organizzati secondo lo stile americano: ogni quartiere ha il proprio centro commerciale, ristoranti, cinema, ecc., tutto custodito da poliziotti privati. La città è divisa in zone: la zona 1 corrisponde al centro storico che, alle sette di sera, rimane nel più completo abbandono diventando il rifugio dei senza-tetto con tutti i pericoli che ciò comporta.
Storia del Movimento dei giovani di strada (Mojoca)
(dal sito del Movimento: www.amistrada.net)
Ribelli o schiacciati, non sottomessi, eppure solidali, le ragazze ed i ragazzi hanno bisogno di essere riconosciuti ed amati come persone. Nel 1993, dopo un'inchiesta, svolta da Gérard Lutte, dove potevano esprimere liberamente il loro vissuto, è nato il sogno di un movimento di giovani di strada gestito da loro stessi, per difendere i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita. Come afferma il prof. Lutte, “la ricerca che ho svolto nel ’93 aveva fatto nascere in me molte perplessità sul modo di agire delle associazioni che si occupavano dei bambini di strada in questo Paese, perché tentavano di reinserirli nella società tramite l'istituzionalizzazione. Le ragazze ed i ragazzi di strada venivano rinchiusi in case-famiglia, dopo un certo tempo erano mandati a studiare in una scuola o a lavorare; però le coppie erano separate, e per di più la pedagogia utilizzata in queste istituzioni non teneva conto dell'autonomia dei ragazzi nella strada e voleva rieducarli subordinandoli agli adulti. La maggior parte di quelle che entravano in queste istituzioni, dopo qualche tempo ne usciva.
Per di più il metodo educativo, basato sull'autoritarismo, non faceva riferimento alla pedagogia della liberazione che caratterizza invece molte associazioni di bambine, bambini ed adolescenti di strada o lavoratori di strada in America latina. Avendo avuto la possibilità di conoscerli, di dialogare con loro, di vederli vivere e sopravvivere nella strada, ero convinto che erano capaci di organizzarsi e prendere in mano il loro destino, e che era possibile un’uscita da quella vita senza passare attraverso un'istituzione. Era nato in me il sogno di un’organizzazione autogestita delle ragazze e ragazzi di strada e di un’associazione per aiutare quelle e quelli tra loro che ne volevano uscire senza passare per case-famiglie”.
1994: nasce l'associazione "Las Quetzalitas", gruppo di auto-aiuto composto di sole ragazze (alcune decine) che decidono di uscire dalla strada, affrontando insieme i problemi della nuova vita: casa, lavoro, figli, marito e violenza. Le Quetzalitas costituiscono il primo gruppo autogestito del movimento.
1997: inizia il "Movimento de Jóvenes de la Calle". Il movimento si forma principalmente nella strada, nei luoghi dove vivono, lavorano, mangiano, dormono, con incontri, con giochi e discussioni centrate sui loro diritti e problemi. L'idea di un movimento autogestito entusiasma i ragazzi e le ragazze e quelli più grandi, in una riunione spontanea senza la presenza di adulti, nominano due loro rappresentanti, decidono di comprare quaderni e penne, e da soli iniziano i corsi di alfabetizzazione. Il movimento si estende rapidamente ad altri gruppi (per un totale di una decina di gruppi e alcune centinaia di ragazze e ragazzi) grazie al lavoro di accompagnatrici adulte e di volontari.
1998: la prima casa delle ragazze e ragazzi del movimento è aperta. Per svilupparsi il movimento aveva bisogno di un punto di riferimento per tutti gruppi della strada. Nel cuore della città, una vecchia casa del '29 è stata affittata e restaurata dai giovani stessi. La casa non è un parcheggio, ma luogo di riunioni, d'attività, di formazione.
2000: cresce il protagonismo dei giovani del movimento. La solidarietà italiana ed una sovvenzione dell'Unione Europea permette di comprare la casa.
E’ stata aperta una mensa (frequentata da diverse decine di persone) e si sono intensificati i corsi di educazione e alfabetizzazione (frequentati da un centinaio di persone), e di post-alfabetizzazione e formazione professionale (frequentati da decine di persone). Le ragazze e le coppie che escono dalla strada ricevono un aiuto per studiare, trovare una camera o iniziare una microimpresa. Cresce il protagonismo dei giovani ed una ex-ragazza di strada è diventata educatrice.
2002-2003: debutto della gestione. Ormai i giovani della strada partecipano pienamente alla gestione del movimento. L’assemblea generale ha eletto un coordinamento di sette ragazze e ragazzi che lavorano con gli adulti. Tutto si decide insieme: la programmazione, le spese.
Le attività nella strada si intensificano. Tutti i membri del movimento sono all’opera e si prepara attivamente la tappa seguente: il momento in cui i giovani lo dirigeranno da soli con soltanto un aiuto degli adulti, i quali diventeranno dei tecnici e dei consiglieri.
Gli obiettivi generali definiti dal Mojoca per il piano annuale del 2005 sono:
1) Il consolidamento del Movimento dei giovani di strada, guidato da loro stessi perché possano difendere i loro diritti, trovare soluzioni ai loro problemi, migliorare la qualità di vita e contribuire a costruire una società nazionale e mondiale più giusta e fraterna. Arrivare il prima possibile alla fase di autogestione;
2) Accompagnare i giovani nel loro processo di formazione integrale, scolastica e professionale;
3) Appoggiare i giovani che vogliono uscire dalla strada, nella ricerca di alloggio e di lavoro e nella realizzazione del loro progetto di vita;
4) Appoggiare il processo educativo dei figli delle ragazze che ancora vivono nella strada o che ne sono uscite;
5) Programmare e realizzare tutte le attività sulla base dell’amicizia liberatrice che diventi la caratteristica distintiva del movimento nelle sue finalità, metodi, modi di rapportarsi con le socie e i soci del movimento e con tutte le persone di altre associazioni;
6) Approfondire l’identità di genere, la liberazione delle donne e degli uomini in rapporti di parità e di rispetto e nella lotta contro il maschilismo e ogni forma di dominazione e di violenza.
7) Estendere il lavoro dei volontari e delle volontarie.
Attualmente, il “Mojoca” lavora con i seguenti gruppi della strada nelle diverse zone della città:
Zona 1:
1. Parque Central
2. Parque concordia
3. 18a Calle
4. Amate
Zona 3.
5. Bolívar
Zona 4.
6. La línea
7. La casona
Zona 6.
8. Mercado San Martín
Zona 13.
9. Plaza Berlín
10. Burger King.
Da questi gruppi, oltre 70 giovani frequentano il Mojoca.
La vita di strada
Perché si sceglie la strada? Una tesi di laurea sul Guatemala di Maria Serena De Masi (2002/2003),conferma ulteriormente le ricerche portate avanti dal prof. Lutte sulle motivazioni della scelta delle strada : l’ estrema povertà, il maschilismo, la disgregazione delle famiglie e le violenze, sono circostanze che favoriscono l’ingresso in strada anche se non ne sono la causa. Forse questa scelta di vita non è sempre fuggire da una situazione difficile, è uscire dalla subordinazione cercando una vita autonoma. Molti scelgono la strada pur avendo tutto, comprese buone relazioni con i genitori. Essa rappresenta una vita dura piena di sofferenze ma anche di amicizia e di solidarietà. Il gruppo della strada ha un forte potere attrattivo facendo sentire i giovani importanti e padroni di se stessi. Chi dice che la strada non è una scelta perché i ragazzi sono costretti a fuggire da condizioni di violenza, dovrebbe spiegare perché altri nelle stesse condizioni non lo fanno. “…spesso ognuno di noi sceglie nella propria vita ciò che gli sembra il male minore, perché ogni scelta è il risultato di valutazioni soggettive”. La scelta della strada è molto importante, segna una ristrutturazione della personalità, comporta il coraggio di affrontare una vita ricca di difficoltà, la capacità di sopravvivenza, l’importanza dei sogni e dei progetti che permettono di immaginare una vita migliore (Lutte, 2001).
Dalle ricerche effettuate sia dal prof. Lutte che dalle tesi di laurea dei suoi studenti, sia dalle ultime ricerche iniziate durante il mio soggiorno, si desume che l'età di inizio della vita in strada è molto diversa per i ragazzi e le ragazze: la maggior parte dei maschi l’ha cominciata verso i 5-6 anni e comunque, prima dei dieci. Invece le ragazze la iniziano a partire dal loro sviluppo puberale, dopo i dieci anni, coincidendo in gran parte con abusi e violenze sessuali subite o per l’abbandono della famiglia da parte di un genitore. Le ragazzine che sono andate in strada prima di questa età, lo hanno fatto seguendo una sorella più grande.
Nelle interviste realizzate al gruppo di Quetzalitas (gruppo auto-gestito di 16 ragazze madri uscite dalla strada) e al gruppo dei 7 “coordinatori”, ragazzi usciti dalla strada che lavorano al Movimento, le loro risposte sono unanimi: si sceglie la strada per la libertà. Spesso in essa trovano una liberazione dagli abusi e dai maltrattamenti che hanno subito. La scelgono anche per trovare un senso di amicizia e di solidarietà, altri simili con cui condividere pene e sofferenze, ma anche gioie e rischi del vivere. Per molti, la strada diventa la nuova famiglia.
Altri scelgono la strada perché provengono da istituti statali o privati, dove erano stati mandati dal tribunale per i minori a causa del disagio familiare, e lì, all’interno dell’istituto, hanno conosciuto ragazze e ragazzi che raccontavano della loro esperienza sulla strada. Il richiamo a viverla e a scappare è molto grande. Come afferma, Lutte, “La sottocultura della strada dove sono spesso membri di un gruppo, protagonisti della propria vita, esercita una forte attrazione su questi giovani, dà loro la sensazione di essere importanti, di riuscire a cavarsela bene da soli, di essere i padroni di se stessi”.
Purtroppo, la strada diventa spesso fonte di nuovi abusi e violenze. Spesso le ragazze sono nuovamente violentate, sia dai loro stessi compagni, anche loro vittime del maschilismo regnante nell’America Latina, sia dai poliziotti pubblici o privati. E’ da sottolineare che Città del Guatemala è una città armata perché è piena di poliziotti privati che custodiscono qualsiasi attività commerciale (cinema, ristoranti, alberghi, discoteche, negozi, librerie, ecc.) senza una legge che li regolamenti. Spesso essi sono persone che svolgono questo servizio come secondo lavoro per completare i loro miseri salari e quindi girano armati stanchi e arrabbiati.
Sono le ragazze, più dei maschi, quelle più esposte ai rischi della violenza e della miseria. E’ molto comune vedere ragazzine di 13-14 anni, incinte.
La strada è anche fonte di un consumo spropositato di droghe come il solvente, la marijuana, il crack, l’eroina., la cocaina, gli psicofarmaci e gli alcolici. Tutte le volte che sono andata fra loro e tutte le volte che ho visto entrare i ragazzi alla sede del Movimento, erano sempre sotto l’effetto dalla droga. La più comune, secondo la mia esperienza, è il solvente, anche perché è relativamente economico e facile da reperire. Lo usano a tutte le ore e in tutti i momenti. Queste abitudini diventano un ostacolo molto grosso anche per chi vuole uscire dalla strada. Infatti, nell’inchiesta che abbiamo realizzato, alla domanda: quali ostacoli hai avuto per uscire dalla strada? è molto frequente sentirsi rispondere: la droga. Chi fa un consumo di droga da quando ha 7-8 anni, e ora ne ha 18, è troppo dipendente di essa e gli è estremamente difficile lasciarla. Nella droga trova l’illusione del mondo sognato che non ha avuto nella realtà, inoltre, con la droga si sente meno freddo e meno fame.
Durante il mio soggiorno è stato ucciso Dionisio, un ragazzo di 20 anni. Lui partecipava alle attività del Mojoca ed era nel processo di uscita dalla strada. E’ morto accoltellato nella “Casona”, una casa abbandonata nella zona 4, rifugio di un gruppo di ragazzi. Il motivo della morte è ancora un mistero ma si pensa abbia avuto a che vedere con il consumo del crack, una droga derivata dalla cocaina e che crea dipendenza non solo psichica, ma anche fisica e rende molto aggressivo chi ne fa uso. Sembra che a partire dal ’98 con l’apparizione del crack, la strada sia diventata più violenta. Questo ragazzo di 20 anni, lascia una bambina di un anno e la sua compagna di soli 17 anni. Per il suo funerale, è stato necessario rintracciare la famiglia e registrarlo all’anagrafe, altrimenti non si poteva seppellire. Risultava senza diritto di cittadinanza. Ora, con la sua morte, ha avuto ufficialmente un nome.
La morte fra i ragazzi e le ragazze di strada è all’ordine del giorno. Può avvenire per violenza, per l’Aids, per le malattie infettive. Sopravvivere alla strada è quasi un miracolo. Nella sede del Mojoca esiste una lunga lista di ragazzi e ragazze che sono passati attraverso il Movimento e che ora non ci sono più. Morti anche a solo 15 anni se non ancora più piccoli. Per ironia delle storia, molti di questi ragazzi non sono nemmeno esistiti. Spesso essi non sono nemmeno registrati all’anagrafe, molti si scelgono un proprio nome e cognome che poi sulla strada sono cambiati con altri soprannomi. Per questo è difficile quantificare quanti sono. E’ la popolazione invisibile che popola le strade buie di Città del Guatemala.
Intervenire sulla strada
Un intervento psico-pedagogico può avere possibilità di successo se è concreto, possibile, alternativo e significativo per chi lo riceve. Dalle sue origini, il Movimento nasce direttamente sulla strada con l’obiettivo principale di far diventare il giovane protagonista delle proprie scelte, prendendo in considerazione le motivazioni di fondo che lo hanno portato a vivere sulla strada. Non si vuole realizzare un intervento assistenzialistico, molto comune in queste problematiche di marginalità, dove sono solo gli adulti a prendere le decisioni.
I ragazzi che hanno fatto la scelta della strada, alcuni sin da piccoli, hanno una marcata tendenza all’anarchia e alla libertà. Non sopportano di essere rinchiusi o di sentirsi sotto pressione, se non è derivato da una loro scelta personale. E’ molto importante prendere in considerazione questa caratteristica per qualsiasi intervento che si voglia realizzare con loro. Infatti, molti ragazzi rinchiusi nelle istituzioni, pur avendo assicurato un pasto caldo, l’alloggio, l’assistenza medica e quella scolastica, spesso scappano da questi posti e scelgono nuovamente la strada perché preferiscono sopravvivere nella libertà piuttosto che nella sicurezza e nella protezione di un posto che non riesce a dare loro un senso di appartenenza.
Per questo, l’obiettivo principale del progetto non è tanto quello di “forzarli” a uscire dalla strada, o di reinserirli nella società, ma quello di coscientizzarli nella loro dignità umana, nella rivendicazione dei loro diritti, nell’appropriazione della loro cittadinanza. Solo in un secondo momento, se lo richiedono, li si aiuta nella pianificazione di un possibile progetto di vita alternativo alla strada.
Il progetto educativo del Mojoca è realizzato da un comitato di gestione dove partecipano in qualità di “coordinatori”, 7 ex-ragazzi e ex-ragazze di strada eletti dai loro compagni. La maggior parte di loro va sulla strada a contattare i gruppi che vivono lì. Accanto a questi giovani, ci sono altre 4 figure adulte che svolgono il ruolo di “accompagnanti” , persone che non hanno fatto una vita di strada (tranne una) ma che hanno le competenze necessarie per capirla. Anche loro, a turno vanno insieme ai coordinatori. Ci sono anche altre 3 figure adulte, responsabili dei laboratori (falegnameria, sartoria e pasticceria) che restano nella sede del Mojoca per realizzare attività manuali con i ragazzi e offrire loro una formazione professionale.
I membri del comitato di gestione si riuniscono tutti i lunedì pomeriggio per programmare e valutare l’andamento del progetto. Hanno tutti lo stesso diritto di parola e di voto, tranne la psicologa che non ha diritto di voto. Le decisioni si prendono spesso nella seduta del giorno per semplice alzata di mano.
Specificamente il comitato di gestione è composto da:
1 psicologa (33 anni) partecipa senza diritto di voto.
E’ importante la formazione del comitato di gestione giacché ha un grande potere decisionale. Dei 14 membri, 9 provengono dalla strada il che è un passo avanti verso il sogno di realizzare un progetto autogestito dagli stessi ragazzi e ragazze. Interessante anche il rapporto uomini-donne: 6 uomini e 8 donne. Uno degli obiettivi iniziali del Movimento era proprio quello di far assumere alla donna un ruolo di pari dignità. Significativo pure che la maggior parte dei componenti sono giovani, solo 5 persone superano i 30 anni. La grande maggioranza ha dei figli.
Per quello che ho visto e per le cose che mi hanno raccontato, i membri del comitato di gestione hanno fatto passi significativi per creare una vera équipe di lavoro. Dicono che all’inizio si vergognavano di parlare e, soprattutto, di dare un parere diverso dagli adulti diplomati. Alcuni di loro, sono stati aiutati a uscire dalla strada proprio da questi adulti. Anche per ciò mostravano un senso di imbarazzo nel parlare. Ora la situazione è cambiata. I “coordinatori” sono molto più attivi nelle loro proposte e nelle loro modalità di intervento. Anche la cuoca, che si considerava “di un secondo livello” interviene molto nei dibattiti. Ero in una di queste riunioni del lunedì quando la cuoca prese la parola per dire che faceva a tutti i membri del comitato di gestione la proposta di pagare un contributo per il pasto consumato durante il pranzo nei giorni in cui non erano al Movimento i ragazzi e le ragazze di strada . Per alzata di mano, tutti hanno approvato la proposta e da pochi mesi, questa esperienza si è estesa a tutti i giorni.
Un tema su cui si dibatte molto e su cui il comitato di gestione è molto sensibile, è quello del senso etico del loro lavoro e dell’importanza di mantenere alto lo spirito di servizio. Spesso nelle loro riunioni si sente ripetere parole quali “il cuore del nostro lavoro sono i ragazzi di strada”, “non dobbiamo dimenticare che sono loro il nostro obiettivo”, ecc.
Tutte queste persone convivono ogni giorno con il problema dell’emergenza: qualcuno del Movimento viene arrestato, qualcun altro picchiato selvaggiamente da un poliziotto, qualche coppia espulsa di notte dall’alloggio dove erano sistemati, qualcun altro che si scopre sieropositivo e bisogna intervenire per aiutarlo, qualcuna che è incinta e vuole accelerare il processo per uscire dalla strada… e il più triste di tutti, qualcuno che è morto assassinato. I problemi sono tanti e spesso devono prendere provvedimenti immediati per intervenire su casi di emergenza che sono quotidiani.
Sono comuni anche le discussioni su fatti interni alla casa: c’è chi è riuscito a portare la droga dentro, chi ha rubato un cellulare, chi ha messo le mani su qualche compagno, chi non vuole collaborare nella manutenzione della casa, ecc. Non è facile gestire 50-60 ragazze e ragazzi con interventi che non siano di controllo o punitivi, per far sentire che questo posto è diverso, che questa è la loro casa e che sono loro i protagonisti di ogni cambiamento. Non è facile soprattutto perché è un lungo processo di coscientizzazione e di creazione di rapporti interpersonali basati sulla fiducia e sul dialogo. E’ solo nel momento in cui il senso di fiducia è interiorizzato, che i ragazzi e le ragazze cominciano a cambiare perché cominciano a credere in se stessi.
Per chi ha vissuto una vita di non riconoscimento, il fatto di aver trovato qualcuno che crede in lui e che lo ascolta, è estremamente stimolante per iniziare a ripensare la propria vita e diventa uno dei fattori più importanti nella presa di decisione di lasciare la strada. In questo senso, tutti gli operatori del Mojoca sono coinvolti, anche i 3 responsabili dei laboratori, persone che superano i 40 anni e che oltre a svolgere i ruoli di “maestri”, sono diventati ascoltatori dei giovani che frequentano il loro laboratorio. Spesso questi responsabili si fermano più tempo del previsto perché devono finire di ascoltare uno dei ragazzi o delle ragazze che raccontano loro perché sono tristi o perché non sono venuti per un po’ di tempo. Anche la cuoca svolge un ruolo di “ascoltatrice” molto importante giacché i giovani spesso vanno in cucina e confidano a lei le loro pene. Essendo anche figure più adulte, spesso vengono rivestiti del ruolo materno o paterno che è mancato nella loro vita.. La cuoca mi raccontava che alcuni la chiamano “la madre diversa” . Tutte queste figure adulte hanno espresso durante le interviste realizzate, il loro interesse per avere più competenze nel modo di rapportarsi ai ragazzi per poterli aiutare di più.
Per gli operatori del Mojoca mantenere questo clima di accoglienza, di fiducia e di tolleranza, pur rispettando le regole della convivenza, non sempre è facile perché ci vuole una grande stabilità interiore e una profonda convinzione di ciò che si fa, oltre che una buona preparazione professionale. A volte le misure prese sono troppo rigide, soprattutto quelle che riguardano le “sospensioni” a frequentare la casa per un periodo di tempo. Chi non ha rispettato alcune regole dentro la casa (per es. non rubare, non introdurre droga, ecc.) viene sospeso ma si corre il rischio che non torni più. A volte si è anche rigidi nel rispettare i tempi delle diverse fasi del processo (5 fasi di oltre 1 anno). Si rischia anche qui che il ragazzo o la ragazza si stanchino di rispettare questi tempi e abbandonino tutto. Si discute molto anche sul limite di età per aver diritto a partecipare alle diverse attività. Alcuni operatori sono a favore di criteri più flessibili analizzando caso per caso, altri, invece, temono di diventare troppo soggettivi nelle valutazioni e quindi di creare favoritismi.
Di tutti questi rischi gli operatori sono consapevoli e spesso chiedono consigli per poter migliorare il loro lavoro. E’ anche da tener presente che molti di loro, soprattutto per quelli usciti dalla strada, alcune problematiche le hanno vissute in prima persona e il loro contributo parte da quelle esperienze. Queste aiutano molto nelle decisioni da prendere. Mi è capitato di partecipare ad una riunione dove si discuteva se far rientrare nella casa un ragazzo sospeso perché aveva rubato il cellulare alla cuoca. Dopo una lunga discussione, il comitato ne ha approvato il reinserimento prendendo in considerazione i pareri dei coordinatori che offrivano il punto di vista della esperienza di strada.
Questo confronto costante tra gli operatori del Mojoca, tra chi ha fatto una vita di strada e chi non, è molto arricchente perché è il confronto tra due mondi che si rispecchia non solo in vissuti diversi ma anche in linguaggi diversi.
Credo sia molto interessante cercare di capire i cambiamenti delle persone anche attraverso la riappropriazione del linguaggio e il suo uso per arrivare nel tempo a significati condivisi. Lavorare sui concetti è un modo di allargare l’orizzonte educativo perché ogni concetto ha sempre una propria valenza. Per esempio, è molto comune sentire parole quali “libertà”, “rispetto”, “solidarietà”, “amicizia”, “tolleranza”, “esclusione”, ecc. Sono tutte parole-chiave sulle quali bisognerebbe soffermarsi di più.
Il concetto “libertà”, ha lo stesso significato per tutti? Spesso per chi ha fatto la scelta della strada, libertà è “fare ciò che si vuole”, oppure “non avere nessuno che ti comanda”. Dal momento che è una parola molto usata perché vissuta, si allargherebbe di più il suo orizzonte educativo se su questa parola si desse origine ad un dibattito. E’ quello che si è cercato di fare in piccola scala, quando il prof. Lutte ha realizzato il suo seminario sulla filosofia del Movimento. Si è lavorato sulle parole-chiave che venivano fuori dalle risposte degli operatori. Se spesso esse erano uguali, i significati erano a volte diversi. Bisognerebbe lavorare di più per arrivare insieme a significati condivisi.
Il gruppo di coordinatori si riunisce tutti i martedì mattina con la psicologa per parlare delle difficoltà incontrate durante la settimana, dell’efficacia degli interventi e delle dinamiche personali che sono nate nel contatto con la strada. Molti di loro svolgono il lavoro in modo efficace perché hanno un approccio diretto e immediato con i ragazzi e le ragazze che incontrano nella strada ma, a livello personale, corrono il rischio di far emergere vecchi conflitti interiori non sempre risolti. L’intervento della psicologa in questo campo è estremamente importante perché dovrebbe facilitare i giovani coordinatori a rivedere anche se stessi in un ottica costruttiva. Questo non sempre succede, perché a volte è ancora troppo vulnerabile la personalità del coordinatore o perché le storie incontrate sono molto simili alle sue, o perché andando sulla strada il contatto con essa ha ancora un forte richiamo. Anche in questo campo si valuta in continuazione se a quel determinato operatore conviene o no continuare quel tipo di lavoro oppure se è più importante che ne faccia un altro per permettergli nel frattempo, di elaborare meglio i propri vissuti.
Le 5 fasi del progetto educativo del Mojoca
I Fase. Contatto sulla strada.
Questo ha due scopi principali. In primo luogo, realizzare il contatto con persone nuove e con gruppi nuovi per conoscerli e creare legami di amicizia e, secondo, concordare con i giovani le attività da realizzare: dibattiti, attività ludiche, sportive, corsi di alfabetizzazione, pulizia del luogo, lavaggio dei capelli, ecc. . Questo primo contatto viene realizzato da due coordinatori (normalmente un ragazzo e una ragazza) che hanno la sensibilità e l’esperienza della vita di strada. Si realizzano una media di 10 incontri sulla strada e si preparano le condizioni per la seconda fase;
II Fase. Inizio di attività nella casa del Mojoca.
Nella seconda fase partecipano agli incontri di strada, un coordinatore e un accompagnante, poi si invitano tre volte alla settimana i ragazzi e le ragazze conosciute, a partecipare alle attività della casa del Mojoca nelle giornate chiamate “libere”. Si spiegano loro quali sono gli obiettivi del Movimento e quali sono le regole ed essi cominciano a sperimentare una vita diversa a quella vissuta sulla strada. E’ previsto l’ingresso nella casa per i ragazzi della 2° fase tra le 8 e le 9 del mattino. Essi possono farsi la doccia, lavare gli indumenti, prendere una ricca colazione (uova, riso, fagioli, pane e caffè-latte) e successivamente, partecipare alle varie attività dei laboratori: falegnameria, sartoria, pasticceria. Oppure, ginnastica ritmica e karaté. Dal mese di febbraio è cominciato pure un corso di chitarra. E’ vietato introdurre droghe o farne uso finché sono dentro la casa. Molti ragazzi e ragazze, finita la colazione, si sdraiano sul pavimento cercando un posticino dove poter dormire. Spesso è per l’effetto della droga consumata fino a poche ore prima, ma succede anche, soprattutto nelle giovani ragazze, di cercare nella casa un rifugio sicuro dove poter dormire giacché hanno passato la notte in bianco vigilando, per timore di essere violentate.
Finite le attività del mattino, si offre il pranzo a tutti per concludere la giornata dentro la casa alle 14 , ora in cui i ragazzi e le ragazze raccolgono gli indumenti lavati e ormai asciutti (clima permettendo) per tornare nuovamente sulla strada.
Mi ha fatto molta impressione le prime volte che assistevo all’accoglienza delle giornate “libere”, vedere 50-60 ragazzi e ragazze che arrivavano in primo mattino, sporchi, drogati, addormentati e affamati, entrare uno ad uno in questa vecchia casa stile coloniale dopo essere stati ispezionati da un altro compagno, per controllare che non portassero droga, coltelli o altri strumenti pericolosi. Dopo poco tempo, gli effetti della droga diminuiscono e i ragazzi sembrano svegliarsi da un lungo letargo. All’orario di uscita, essi appaiono diversi. Nel saluto, spesso fatto con una sola mano perché nell’altra portano in una busta di plastica gli indumenti puliti, si intravede la precarietà della vita di strada. Si ha la consapevolezza che alcuni continueranno a venire mentre altri non ce la faranno perché il richiamo della droga è troppo forte e non riusciranno a resistere a tante ore di astinenza, o perché quella stessa sera, saranno vittime della violenza della strada. Riporto di seguito la testimonianza di Elizabeth, una ragazza di 17 anni uccisa da un poliziotto privato la stessa sera in cui aveva raccontato la sua breve vita al Movimento.
Nell’ultimo giorno di vita di Elisabetta, il Mojoca aveva raccolto questa sua breve storia di vita: Guatemala, 21 aprile 2005.
MI SONO STANCATA DI QUESTA VITA DI STRADA!
Mi chiamo Elizabeth, ho 17 anni, sono nata non so dove e non ho conosciuto mia madre, ho avuto dei fratelli che da quando ho memoria mi maltrattavano e mi facevano molto male.
Ho deciso di lasciare la mia casa a otto anni e andarmene sulla strada nel mio stesso quartiere, mi sono messa con degli amici che facevano parte di una banda giovanile, loro si sono presi cura di me, mi davano da mangiare, una ragazza mi faceva la doccia. Con loro mi sentivo bene finché non è arrivato un giorno un uomo molto grande che era chiamato ?veterano? e che mi ha violato.
Allora ho deciso di andarmene da quel posto. Verso i 15 anni ml sono inserita nel gruppo della strada “Bolivar” dove ho trovato degli amici che mi hanno fatto sentire bene. Lì mi sono messa con un ragazzo per sentirmi protetta e amata ma anche lui abusava di me. Ho iniziato a fare uso del solvente, questo mi aiutava a dimenticare quello che mi succedeva e per questo aumentavo sempre di più il mio consumo. Io non volevo restare lì e un giorno ho approfittato della distrazione del mio compagno, quel stupratore, per svignarmela. Mi sono nascosta in un istituto per un buon tempo, ma non ce la facevo perché non riuscivo a vivere senza la droga e la libertà che avevo sempre cercato.
Scappando dall’istituto dovevo tornare sulla strada, ma non volevo più andare al “Bolivar”, perché sapevo che mi sarei di nuovo trovata con l’uomo dal quale ero scappata. Conoscevo altri gruppi e sono andata nella 18a strada e in quel gruppo ho trovato tanti amici che erano nella mia stessa situazione, che volevano dimenticare il loro passato e vivere nella libertà. Del gruppo faceva parte una donna adulta che aveva un piccolo bambino e per me questo è stato speciale, perché il bambino mi è piaciuto molto e mi sono presa cura di lui per quattro mesi come se fosse mio figlio. La madre del bambino mi pagava con delle droghe, con il crack. Senza rendermene conto, mi sono attaccata a questo e a poco a poco mi sono distrutta sempre di più. Mentre ero in queste condizioni mi sono innamorata di Giovanni, il mio compagno.
Un giorno gli ho detto che ero stanca di tutto questo e che non volevo stare lì anche perché in questo gruppo come negli altri ho sofferto, sono stata violentata da alcuni uomini. Ora mi sento molto sporca e questa vita non è più vita. Ora che condivido la mia vita con Giovanni ho deciso che non voglio stare più lì e di non consumare più droghe, anche se questo è molto difficile perché quando vedo gli altri compagni farlo, mi viene voglia.
Tre giorni fa sono arrivate le mie amiche del MOJOCA e ci hanno invitato a frequentare la casa e ho avuto questo desiderio. Quando sono arrivata alla casa del MOJOCA mi sono sentita bene, mi sono lavata, mi sentivo in un posto sicuro, un posto dove qualcuno si prende cura di me e mi chiede come mi sento e mi ascolta e mi chiede dei miei sogni e io li condivido.
Elizabeth si sentiva così bene che aveva preso la decisione di iniziare il processo educativo del movimento, non si sa perché ma non voleva uscire dalla casa, voleva restare lì, ma il suo compagno fece molta pressione e ha dovuto salutare i suoi amici e amiche del MOJOCA con la promessa di tornare il giorno dopo, senza sapere che quella notte avrebbe lasciato finalmente la strada.
Ha scritto la coordinatrice del movimento:
Elizabeth si sentiva così bene che aveva preso la decisione di iniziare il processo educativo del movimento, non si sa perché ma non voleva uscire dalla casa, voleva restare lì, ma il suo compagno fece molta pressione e ha dovuto salutare i suoi amici e amiche del Mojoca con la promessa di tornare il giorno dopo, senza sapere che quella notte avrebbe lasciato finalmente la strada.
Elizabeth lasciò la strada per sempre. quella stessa notte è stata assassinata da un uomo infuriato a cui lei si negò. Il tipo arrabbiato e ferito nel suo ego, prese un'arma di assalto chiamata AK47 utilizzata dai sicari, un'arma che adopera l'esercito, e senza parole sparò a bruciapelo al gruppo di 9 giovani che dormono nella 7° avenida e 18° calle della zona 1, annientando la vita di Elizabeth con 10 proiettili nelle sue parti vitali e ferendo Giovanni al polmone destro. Oggi lui si dibatte tra la vita e la morte.
L'unica prova è un documento con fotografia e indirizzo, oltre un tesserino che identifica l'individuo come un poliziotto privato, le sue orme, una camicetta del Mojoca piena di sangue in una grande pozzanghera di sangue ancora fresco e un "poncho" con il quale si coprono i ragazzi. Elizabeth non sarà più sulla strada, oggi è in un posto migliore dove non ci sarà più chi abusi di lei, ora che è libera.
Il comitato di gestione esamina la richiesta scritta di coloro che chiedono di entrare nella 3° fase del progetto e la accetta dopo aver valutato il processo compiuto nel frequentare in modo regolare e responsabile le attività delle giornate libere per un periodo di almeno tre mesi.
III Fase. Formazione dei soci del Movimento.
L’obiettivo principale della 3° fase è quella di formare le ragazze e i ragazzi che hanno deciso di diventare socie e soci del movimento stesso attraverso tre programmi: formazione di donne e di uomini, educazione e formazione professionale nei laboratori. L’età limite per entrare in questa fase è di 24 anni e 3 mesi. Prima di partecipare ai programmi di educazione e di formazione professionale, gli aspiranti soci e socie seguono unicamente il programma di formazione (uomini e donne) durante due mesi. Se lo fanno regolarmente e in modo responsabile, continuano con i programmi di educazione e di formazione professionale.
Nel programma di formazione (donne e uomini) si offre ai partecipanti la possibilità di discutere su diverse tematiche quali l’autostima, le discriminazioni di genere, gli abusi sessuali, ecc. Questa formazione è coordinata da una ex-ragazza di strada, ora diventata accompagnatrice, e da un educatore maschio.
Il programma di educazione seguito da un pedagogo del Mojoca, consiste sostanzialmente nel portare le persone che si iscrivono, ad ottenere il diploma di scuola primaria (o elementare), riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione. Per alcuni dei ragazzi e delle ragazze, il primo passo da compiere è quello di alfabetizzarsi. Finita la scuola primaria all’interno del Mojoca, quelli che lo desiderano, possono continuare ogni tipo di scuola, compresa l’università, sostenuti da una borsa di studio finanziata dalla Rete di Amicizia.
Il programma di formazione professionale nei laboratori, consiste nel partecipare alle attività, sia al mattino che al pomeriggio, accanto a un maestro nel campo specifico (falegnameria, sartoria o pasticceria).
Tutti possono usufruire dell’aiuto di una psicologa che lavora nel Mojoca.
I giovani partecipano anche alla manutenzione della casa, pulizia, aiuto in cucina, ecc.
L’impegno dei ragazzi e delle ragazze in questa fase è estremamente importante e spesso è anche fonte di frustrazioni e delusioni, sia per loro, che per il personale del Mojoca. Anche se la partecipazione alle attività del Mojoca è costante, il continuare a vivere sulla strada è condizione di una grande precarietà perché si vive alla giornata. Sulla strada può succedere di tutto, anche morire in modo violento.
I responsabili dei laboratori, mi dicevano che per loro era frustrante vedere come, a volte, dopo aver coinvolto i giovani alle attività ed avere insegnato loro qualcosa, quando questi ormai erano addestrati ed in grado di cominciare a produrre, sparivano perché erano stati arrestati o erano tornati sulla strada, sedotti dal richiamo alla droga o del loro gruppo di strada. Nel mese di gennaio i due praticanti che il maestro aveva nel laboratorio di falegnameria, erano stati arrestati dalla polizia (avevano difeso un gruppo di ragazzi di strada molestati da alcuni poliziotti privati armati); finché non sono stati rilasciati (dopo un mese), il laboratorio è stato praticamente fermo. Lo stesso per il laboratorio di pasticceria. Dei 6 ragazzi e ragazze che partecipavano nel mese di gennaio, solo 2 erano ancora presenti nel mese di marzo, accanto ai nuovi. La responsabile del laboratorio di sartoria mi diceva “come possiamo andare avanti nella produzione se ogni volta dobbiamo ricominciare daccapo?”.
Questa precarietà della vita di strada diventa precarietà anche nella vita all’interno del Movimento. E’ un continuo andare e tornare. Infatti, molti ragazzi e ragazze dopo un certo periodo di tempo, a volte tre, quattro, cinque mesi e anche dopo un anno, si fanno di nuovo vivi e vogliono ricominciare a frequentare il Movimento. Spesso il loro riapparire è motivo di festa, come dicono loro, “qui ci sentiamo a casa”, come una “piccola famiglia” che li accoglie di nuovo.
In questa accoglienza, gli operatori del Mojoca hanno una grande sensibilità e, nonostante certe rigidità per alcune regole (cominciare o meno il processo daccapo), prevale il buon senso e, soprattutto, la fiducia che si può ricominciare.
IV Fase . Le socie e i soci del Movimento
E’ l’ultima fase della formazione dei giovani di strada, nella quale diventano responsabili del Movimento e della propria vita. A questo punto, i ragazzi e le ragazze hanno il diritto di essere soci del Movimento stesso, di essere eletti come coordinatori (attualmente nel Mojoca sono 7). Hanno anche diritto quando è aperta di entrare nella casa del Mojoca , di partecipare alle attività di produzione e a quella di formazione gestita dagli accompagnanti.
Come doveri, è richiesto loro di essere responsabili del Movimento e di partecipare ai corsi di educazione popolare.
Inoltre, alla fine di questa fase (che dura da 6 mesi ad un anno), gli interessati se lo richiedono, cominciano il processo di “reinserimento” che consiste nell’avere un aiuto per trovare un alloggio e un “paniere” di base (alimenti e il minimo indispensabile per attrezzare una stanza dove dormire) per i primi tre mesi.
V Fase. La vita fuori dalla strada
Il Movimento appoggia i ragazzi che vogliono lasciare la strada. A volte è necessaria una fase di transizione di tre mesi durante la quale è garantito un appoggio psicologico e finanziario.
Nel progetto di “reinserimento”, la ragazza può entrare alle “Quetzalitas” e il ragazzo a “Nueva Generacion”. Attualmente 30 ragazze fanno parte del gruppo las Quetzalitas e 6 ragazzi a quello di Nueva Generacion. Il limite di età per partecipare a questi programmi è di 28 anni.
Il programma delle Quetzalitas, nato autonomamente, è molto interessante: la maggior parte delle ragazze è madre di 2-3 figli i quali sono appoggiati con una borsa di studio per permettere alle madri di lavorare, e ai figli, di uscire dal circolo vizioso dell’analfabetismo e dell’ignoranza. I bambini delle Quetzalitas, circa una cinquantina, ricevono mensilmente un piccolo sostegno economico che serve per pagare l’asilo nido o la scuola materna. Inoltre, le Quetzalitas si riuniscono ogni 15 giorni, di domenica, per parlare tra di loro dei loro problemi (spesso sono donne lasciate dai loro compagni e gestiscono da sole i figli ), delle difficoltà trovate, del rapporto con i figli. Passano nella sede del Mojoca tutto il giorno, dividendo la giornata tra condivisione e seminari di formazione. La psicologa del Movimento organizza con loro seminari attinenti la loro condizione. Molti seminari chiamati “cura con affetto”, sono centrati sul rapporto madre-figlio. Le donne arrivano con i figli e alcuni volontari, spesso italiani che vanno in Guatemala per realizzare un tirocinio di 6 mesi sotto la supervisione del prof. Lutte, si occupano di loro organizzando attività ludiche programmate.
Nell’esperienza che ho fatto in Guatemala, ho partecipato alle riunioni delle Quetzalitas, svolgendo anche un seminario sul significato della relazione e sul rapporto madre/figli. E’ commovente vedere tutte queste donne, ex-ragazze di strada, la maggior parte con una storia di violenze subite, che hanno avuto il coraggio di affrontare la vita in un modo diverso fuori dalla strada. Nelle interviste che abbiamo realizzato, alla domanda : cosa ti ha aiutato ad uscire dalla strada?, una delle prime risposte è stata il fatto di essere incinte. La gravidanza crea una condizione di crisi che apre diversi sbocchi. Per queste donne violentate e maltrattate, il fatto di essere portatrici di una nuova vita all’interno del loro corpo diventa una grande spinta a lasciare la strada per far vivere alla nuova creatura, una vita diversa.
Ovviamente le difficoltà che incontrano sono enormi: mancanza di una casa, di un lavoro, di una famiglia che le protegga, spesso anche di un compagno che decida di lasciare anche lui la strada. Inoltre, la dipendenza dalla droga e il senso di solitudine che si prova a lasciare il gruppo di strada, ormai la famiglia, per cominciare da sole, con tante responsabilità, una vita in fondo precaria e incerta. Nelle storie delle donne intervistate, l’età della gravidanza è adolescenziale: molte sono rimaste incinte a 15, 16, 17 anni e già devono prendere decisioni importanti. Alcune di loro non ce l’hanno fatta e sono rientrate sulla strada, poi, con una seconda gravidanza, decidono nuovamente di provare a lasciarla.
Lasciare la strada per sempre al primo tentativo, è molto difficile. Nelle interviste emerge quasi sempre, che è stato un provare e riprovare, finché arriva la motivazione di fondo che è più forte: quella di recuperare i figli e di non abbandonarli. Tutto questo con la grande difficoltà di affrontare un sentimento molto comune nei ragazzi di strada: il senso di solitudine. Ovviamente, la solitudine si vive meno sulla strada, si è in qualche modo sempre in compagnia. Vivere in una stanzetta, spesso da soli per affrontare i problemi della quotidianità: orari, spese, ricerca di un lavoro mal retribuito in cui si è spesso sfruttati, richiede coraggio e stabilità interiore.
Per questo è molto importante in queste fasi, il sostegno psicologico, anche perché senza la droga emergono ancora di più tutti i traumi.
Per il gruppo delle Quetzalitas è pure molto utile il fatto di incontrarsi creando in questo modo gruppi di auto-aiuto.
Realizzazione dei progetti di vita
Nella ventiquattro interviste già realizzate ai coordinatori e alle Quetzalitas, emerge che il fatto di aver trovato qualcuno che creda in loro, li ascolti, li rispetti e li accolga è stato fondamentale nel processo di uscita dalla strada (ne sono usciti oltre cento). Per molti ragazzi e ragazze è stato stimolante aver trovato persone come loro che sono riusciti a farlo e che ora sono diventati educatori. Nei primi tempi aiuta anche il sentirsi “protetti” con un minimo di sostegno economico e psicologico. Per la spinta ad uscire è pure indispensabile far trovare la motivazione di fondo. Per le giovani donne incinte, l’idea della maternità crea una grande motivazione a uscire dalla strada.
Gli ostacoli per uscire dalla strada sono immensi: in primo luogo, l’abbandono del gruppo che è sicuramente diventato una famiglia, l’astinenza della droga soprattutto se il suo consumo è di molti anni, poi il lavoro che non si trova. Moltissimi di loro quando cercano una occupazione, si sentono segnalati come ragazzi di strada a causa dei tatuaggi che portano sul corpo. E’ un segno distintivo dei ragazzi di strada e questo crea subito un ostacolo per trovare un impiego. Inoltre, la professionalità. I giovani, anche se hanno raggiunto un certo grado di scolarizzazione, (III Media), non trovano un lavoro dignitoso. Spesso finiscono nel settore terziario, nella micro-vendita di prodotti commerciali o commestibili girando per le strade del Guatemala. Molti ragazzi e soprattutto ragazze, devono affrontare da soli il nuovo mondo sociale. Questo lo sentono estremamente pesante, sia perché non è un ambiente accogliente e protettivo, sia perché si sentono esclusi. Spesso le loro famiglie di origine sono inesistenti o difficili da rintracciare, altre volte la delusione di averle rintracciate crea ancora più depressione.
Le lacune affettive, le violenze subite, i ricordi traumatici, hanno effetti psicologici di lunga durata ferite dell’anima difficili da risanare.
Riuscire, nonostante tutto, a costruirsi un progetto di vita è una grande scommessa. Molto lavoro con i ragazzi e le ragazze di strada è proprio su questo: la scommessa sul futuro, sul fatto che ce la possono fare, che il rispetto alla loro dignità umana è un diritto, che qualcuno ha fiducia in loro. Rilke diceva che per far nascere una rosa bisogna prima sognarla. Forse è questo il tentativo che si cerca di realizzare con i ragazzi e le ragazze di strada nella Città del Guatemala.
Nora Habed Giugno 2005