le analisi e i saggi + Gerardo Lutte: 2009 Luglio 10

LA STRADA È L’UNICA SALVEZZA (Giorgio Gaber)

Incontro a Reggio Calabria 10 luglio 2009

Ringrazio Saverio Pazzano, il Centro Servizi al Volontariato di Reggio Calabria e l'Associazione Maestri di Speranza per l’onore di avermi invitato ad iniziare un ciclo di incontri sul tema
"Da nessun luogo all'Utopia: come i luoghi di marginalità diventano luoghi di speranza".

Ho proposto come titolo di questo mio intervento una frase della canzone di Giorgio Gaber: “La strada è l’unica speranza”. Prima di arrivare alla strada farò una brevissima storia della condizione dei giovani.

Parlerò, in particolare, della estrema marginalità che colpisce i giovani del sud, del sud dell’Italia e del sud del mondo, e così arriveremo alla strada come luogo di speranza.

Al finale di una vita di studi, di lavoro e di convivenza con i giovani mi sono formato la convinzione che la dimensione fondamentale ed universale di tutte le adolescenze e gioventù non è fisiologica né psicologica bensì sociale. L’adolescenza è strutturalmente una condizione di violenza, esclusione e di emarginazione nelle società dove minoranze hanno accaparrato il potere e le risorse della comunità.

Gli studi storici sulla creazione e l’evoluzione dell’adolescenza permettono di constatare che è strettamente collegata a profonde trasformazioni socioeconomiche, politiche, culturali ed ideologiche, che sempre si manifestano da una parte nell’ accumulo della ricchezza e del potere nelle mani di minoranze privilegiate e dall’altra nell’ impoverimento, nell’emarginazione e repressione di intere classi e categorie sociali. Storicamente l’adolescenza è una delle tante modalità della disuguaglianza e delle ingiustizie sociali. Gli adolescenti sono adulti emarginati, persone i cui diritti sono violati in modo sistematico e legale: il diritto alle risorse necessarie per una vita decente, all’abitazione, al lavoro e a molti altri diritti degli adulti.

Fisiologicamente ed intellettualmente gli adolescenti sono adulti: la pubertà fisiologica trasforma il corpo della bambina e del bambino in un corpo adulto capace di procreare. Gli studi di Piaget e di altri autori indicano che all’inizio dell’adolescenza i bambini riescono a ragionare come gli adulti del gruppo sociale al quale appartengono.

Sono innumerevoli gli esempi di società senza adolescenza. Particolarmente in quelle tradizionali dove dopo la pubertà fisiologica le bambine e i bambini diventano adulti con tutti i diritti e i doveri degli adulti. Anche in società più complesse come quella romana nel periodo anteriore al secondo secolo prima di Cristo, non esisteva l’adolescenza: i bambini della classe patrizia che diventavano adulti dopo la pubertà fisiologica, facevano parte della milizia cittadina, avevano i diritti politici degli adulti e potevano diventare magistrati.

Come e perché, a un determinato momento della storia della società, fa la sua apparizione l’adolescenza-gioventù. Cito rapidamente due esempi: - la nascita dell’adolescenza nella Roma antica e la creazione dell’adolescenza nella fase industriale che permetteranno di capire il senso di questa fase dell’esistenza. Poi analizzerò in modo più dettagliato le condizioni infantili nella nostra epoca di globalizzazione neo-liberista.

Nella società romana l’adolescenza è stata inventata nel secondo secolo prima di Cristo in seguito a profondi cambiamenti nel sistema economico: estensione dei latifondi, sviluppo completo della schiavitù, formazione di grandi capitali di origine finanziaria, commerciale e usuraria che hanno come conseguenza l’accaparramento delle risorse da parte della classe patrizia a scapito della maggioranza della popolazione. Assistiamo a una crescente emarginazione della classe plebea e delle donne e la gioventù fa la sua apparizione come fase di subordinazione, di limitazione dei diritti e delle risorse, di incapacità di comportarsi socialmente come adulto. In questo modo, alle disuguaglianze sociali legate alle classi sociali o al genere si aggiungono le disuguaglianze legate al età.

Questi dati sono ancora più evidenti se consideriamo la creazione dell’adolescenza moderna nel periodo industriale.

Nell’Europa rurale i giovani partecipavano a tutte le attività degli adulti, avevano risorse proprie provenienti dal lavoro e vivevano molto in gruppi non sottoposti al controllo degli adulti.

A partire del secolo sedicesimo iniziano profondi cambiamenti che portano progressivamente a una fase di maggiore marginalità dei giovani che si manifesta soprattutto nel secolo diciottesimo e diciannovesimo. Il fattore fondamentale di questi cambiamenti è l’industrializzazione, l’inizio del capitalismo. Nuove classi sociali fanno la loro apparizione: la borghesia che si appropria di gran parte della ricchezza a scapito del proletariato, formato da contadini e artigiani che hanno perso il loro lavoro e vanno a lavorare nelle miniere e nelle fabbriche.

L’industrializzazione provoca una nuova organizzazione del lavoro e della società fondata sullo sfruttamento degli operai e una disoccupazione di massa che colpisce soprattutto i giovani i quali, deprivati del lavoro e delle risorse, sono costretti a vivere in famiglia sottoposti agli adulti. La famiglia si trasforma, da patriarcale diventa nucleare.

La scuola, che nei secoli precedenti accoglieva persone di tutte le età, si specializza ora per gruppi di età e diventa un fattore potente del controllo sociale. La scuola adotta uno stile militare. L’ideale proposto ai giovani era quello della ubbidienza del soldato, si esaltava la virilità e i maschi erano separati dal mondo delle donne considerate deboli, emotive e instabili.

Evidentemente i giovani non hanno accettato facilmente questo deterioramento della loro condizione e quelli delle classi privilegiate si ribellarono soprattutto nelle università al punto che a volte fu necessario far intervenire l’esercito per reprimere le rivolte studentesche.

Per far accettare la subordinazione ai giovani e ai bambini era necessario far credere che questa nuova condizione era naturale e benefica per loro perché dava la possibilità di prepararsi a una migliore condizione adulta. A partire dal secolo diciottesimo fa la sua apparizione nelle società industrializzate la psicologia come forma apparentemente non violenta di controllo sociale. I primi psicologi affermavano che l’adolescenza era una fase universale dello sviluppo umano che dipende dalla pubertà fisiologica e provoca grande instabilità che impedisce ai giovani di partecipare in modo responsabile alla vita sociale, politica ed economica. Il controllo ideologico dei giovani si realizza anche grazie alla medicina, la psichiatria, la pedagogia e la religione.

I giovani delle classi popolari che continuavano a lavorare e non accettavano l’esclusione e la subordinazione che si voleva imporre loro si ribellarono. Per dominarli fu inventato la nozione di “delinquenza giovanile”, riformatori e carceri minorili. Furono creati tribunali speciali in violazione al diritto fondamentale secondo il quale una persona non può essere arrestata, condannata e incarcerata se non ha commesso un delitto. A quell’ epoca un giudice poteva condannare un giovane solo perché marinava la scuola, fumava o frequentava cattive compagnie.

Altri modi di reprimere la ribellione dei giovani erano di rinchiuderli in ospedali psichiatrici e sottoporli a elettrochoc. In generale l’esclusione dei giovani si manifesta sempre in tre settori fondamentali dell’esistenza: la disponibilità di risorse che permette una vita autonoma, l’esclusione dalla partecipazione politica e la formazione della famiglia.

Quanto ho detto fino ad ora corrisponde alla prima fase del capitalismo, quella del lavoro e del risparmio. Con la svolta del dopoguerra, al capitalismo dei consumi si assiste ad una apparente liberalizzazione. I giovani godono di più libertà nella famiglia, nella scuola e nella società in generale. Però questo benessere generalizzato nei paesi ricchi dura poco tempo. Già negli anni ’60 i cambiamenti economici e sociali a livello mondiale minacciavano interessi dei settori della classe media provocando le contestazioni studentesche. Stava per iniziare la fase di globalizzazione del capitalismo che stiamo vivendo in questi anni.

La nostra epoca è caratterizzata da ingenti cambiamenti socioeconomici e culturali che stanno trasformando radicalmente l’esistenza dell’umanità. Innovazione tecnologiche e scientifiche cambiano i modi di produzione. L’automatizzazione rende inutile la maggior parte della forza lavoro. La produzione industriale è quasi completamente assicurata da macchine e si prevede che in trent’anni il 2% della forza lavoro attuale sarà sufficiente per assicurare la produzione industriale. Centinaia o meglio milioni di posti di lavoro possono essere eliminati in un solo mese. Questa tendenza pare irreversibile: il lavoro sta sparendo.

Gli altri poli di ciò che è chiamata la terza rivoluzione industriale sono l’informatica ed internet che in un certo senso hanno abolito spazio e tempo permettendo una comunicazione istantanea delle informazioni. Inoltre i progressi spettacolari della biogenetica permettono di clonare esseri viventi e di curare malattie ereditarie. Modifica geneticamente la produzione di alimenti.

Però questi progressi tecnologici e scientifici, lungi dal migliorare le condizioni di vita dell’umanità, sono utilizzati dalle multinazionali e dai paesi ricchi per accumulare la ricchezza ed il potere a scapito dei paesi del così detto Terzo Mondo, delle classi popolari e di categorie emarginate come quelle delle donne e dei giovani.

Cinquant’anni fa il 90% della ricchezza proveniva da attività produttive e solo il 10% da speculazioni, mentre oggi il 90 % proviene dalle speculazioni,  finanziarie, da compravendite virtuali,  dall’aumento criminale del prezzo del petrolio e dei generi alimentari. Le multinazionali del petrolio, dell’agroalimentare devastano la terra e l’umanità provocando guerre, come quelle in Iraq, per aumentare i loro dividendi. Le multinazionali farmaceutiche, secondo investigazioni attendibili, possono intenzionalmente o meno, di sicuro imprudentemente,  creare virus, che le permettono di vendere a prezzi inaccessibili ai poveri i loro prodotti. L’economia mondiale di mercato considera il nostro pianeta e gli esseri umani come oggetti utili solo quando possono creare profitto, manifesta sempre di più chiaramente di essere un progetto di morte.

Sono particolarmente i giovani le vittime dell’evoluzione del sistema dominante.

E’sotto gli occhi di tutti la degradazione continua delle loro condizioni di vita, la disoccupazione di massa che li colpisce, lo sfruttamento sempre maggiore del lavoro, la diminuzione massiccia del reddito, l’impossibilità di acquistare un’abitazione, la decadenza della scuola e la violazione sistematica dei loro diritti. Ci sono paesi dell’America latina dove il 30% dei giovani tra i 15 e i 25 anni non studia e non lavora.

Per assicurare il suo dominio l’imperialismo controlla non solo l’economia e la politica ma anche la cultura, le menti, le idee, i valori di modo che la maggior parte dei giovani o degli altri esclusi pensino che la loro condizione sia naturale e l’accettino. I disvalori dominanti: il potere, la ricchezza, il culto dell’apparenza,  l’arrivismo, l’esaltazione della quantità a scapito della qualità, dell’avere e non dell’essere, sono assimilati dalle masse degli esclusi. La colonizzazione delle menti avviene con la scuola, con la televisione, con i mezzi di comunicazione di massa.

L’emarginazione comporta molte conseguenze psicologiche negative per i giovani come un diffuso malessere esistenziale, il sentimento di non valere, di non essere importanti, la mancanza di un progetto per il futuro, l’ansietà, la perdita di senso dell’esistenza, il vivere alla giornata, l’incapacità di stare da solo con se stesso, la paura di prendere coscienza della propria condizione.

Questo malessere provoca reazioni e stili di vita molto differenziati. Molti diventano individualisti cercando di trovare un posto privilegiato nella società senza preoccuparsi degli altri. Altri rimangono vittime dei potenti meccanismi di alienazione inventati dal sistema dominante. Rimuovono i problemi con un consumismo sfrenato, con il tifo spesso violento, con divertimenti che non lasciano posto alla cultura, al dialogo, alla presa di coscienza. Per non rimanere soli con se stessi ed affrontare i propri problemi, escono ogni sera per divertirsi, parlare di cose futili o utilizzano in modo compulsivo ed esibizionistico  internet e  i programmi di comunicazione (e-mail, messenger, facebook),  per trovare centinaia di apparenti amici che compensano la mancanza di veri amici.

Altri giovani trovano un senso alla loro esistenza nel fanatismo religioso che sia ebreo, musulmano, cattolico e così via, altri ancora fuggono dalla realtà angosciante nei paradisi artificiali delle droghe e dell’ alcol. Altri diventano “delinquenti” e ricorrono a mezzi illegali per ottenere i beni della società dei consumi, che altrimenti non potrebbero acquisire, o  si lasciano arruolare dalle associazioni a delinquere. Ci sono anche i giovani che prendono coscienza della loro condizione e si impegnano per cambiare la società.

Molti giovani si organizzano in bande che si oppongono alla società dominante e che possono diventare violente in funzione della intensità della esclusione che subiscono. Ci sono giovani che non hanno nulla e sanno di non poter cambiare la loro situazione. Facilmente possono formare bande violente che si oppongono alla società. In tre paesi dell’America Centrale, Honduras, Salvador e Guatemala si stima che quasi trecentomila giovani sono organizzati in due organizzazioni multinazionali che si fanno la guerra tra di loro e possono essere a volte utilizzate dai narcotrafficanti e dai poteri occulti che fanno capo a settori della classe dominante. I governi di questi paesi rispondono con la repressione violenta invece di tentare di eliminare le cause di questo fenomeno. Questa guerra tra giovani e governi potrebbe diventare mondiale se continua l’esclusione e l’emarginazione delle giovani generazioni.

 

Eccoci arrivati al sud, dove l’esclusione dei giovani è ancora più spietata che al nord,  lì troviamo le conseguenze ultime delle ingiustizie sociali che sono le bambine e i bambini e le ragazze e ragazzi di strada. Loro, ai quali non viene riconosciuto alcun diritto, nemmeno il diritto alla vita, sono la metafora del mondo odierno dove la persona non ha alcun valore.

 

Nel 1993 ho incontrato in Guatemala queste ragazze e ragazzi che sono diventati per me maestri di speranza e di vita. Nella società Maya non c’erano bambini di strada perché gli orfani venivano affidati a famiglie della comunità. Bisogna aspettare l’invasione spagnola di 500 anni fa, e l’inizio del sistema capitalista per vedere apparire i bambini di strada. Il loro numero cresce vertiginosamente già con il genocidio degli anni ’80 perpetrato dall’esercito guatemalteco agli ordini della classe dominante e degli Stati Uniti. Circa trecentomila persone furono massacrate, spesso dopo torture e stupri. Milioni di persone furono spostate in altri luoghi; duecento persone si rifugiarono in Messico. Molti tentarono di nascondersi in città creando attorno ad essa decine e decine di baraccopoli dove tutto mancava. Per fuggire da questi luoghi di miseria, violenza, noia, i ragazzi e ragazze più svegli hanno scelto di vivere nel centro urbano formando gruppi di strada.

 

In questi gruppi non ci sono capi.  Durante il giorno ognuno fa ciò che gli pare. Il gruppo fornisce protezione, alimentazione, aiuto in  caso di malattia o di ferite. Al suo interno c’e una forte solidarietà e un forte aiuto reciproco.

 

Molte persone vedono solo gli aspetti negativi della vita in strada: fame, freddo, malattie, droghe, umiliazioni, dolore, violenza, stupri, morte, odio e  sterminio da parte di poliziotti, guardie private, militari, paramilitari, squadroni della morte.  Ma presentarli  solo come vittime delle ingiustizie sociali non  permette di capire la realtà della loro esistenza e di rispettare la loro dignità: sono persone dotate di un’intensa voglia di vivere, capaci di resistere in un mondo nemico senza soffocare i sentimenti,  le  emozioni, il senso della propria dignità  e  una  sorprendente vita interiore. La strada è anche festa, amicizia, amore e soprattutto libertà e ribellioni all’ingiustizia.

 

La ribellione delle ragazze è ancora più radicale perché si oppone alle istituzione tradizionale dei maschi, la famiglia e lo stato. Andando in strada le ragazze invadono il campo dei maschi invece di restarsene in casa ad accudire i fratellini, a lavare e a preparare i pasti, spesso fuggono dalla casa per fuggire da stupri, perpetrati spesso dai patrigni. Non accettano le ignobili proposte dei rapporti sessuali offerte dai poliziotti con il ricatto di farle incarcerare.

 

E così la strada diventa un luogo dove si può formare un’alternativa alla violenza del sistema dominante i cui maggiori rappresentati si sono radunati  in questi giorni nella casa caserma dei carabinieri all’Aquila, mentre i giovani, per manifestare il loro dissenso, scendevano in strada.

 

Giorgio Gaber l’aveva capito quando scrisse una canzone che dice:

“C'è solo la strada su cui puoi contare

la strada è l'unica salvezza

c'è solo la voglia e il bisogno di uscire

di esporsi nella strada e nella piazza

perché il giudizio universale

non passa per le case

le case dove noi ci nascondiamo

bisogna ritornare nella strada

nella strada per conoscere chi siamo.”

 

La ribellione delle ragazze e i ragazzi di strada, può solo essere una fuga dalla realtà, assecondata dal consumo di droghe, se non diventa coscientizzazione e organizzazione. Per raggiungere questo scopo abbiamo deciso nel 1996 con un gruppo di ragazze e ragazzi di fondare una associazione diretta da loro, era un bel sogno. Un sogno folle ed insensato, ci dissero  i responsabili delle associazioni di bambini di strada che da anni lavoravano nel paese e rifiutarono la proposta di  partecipare all’elaborazione e realizzazione di questo progetto.

 

Realizzare questo sogno ha richiesto molti anni.  Era necessario partire dalla vita in strada con i suoi valori – l’amicizia e la condivisione -, senza i quali è impossibile sopravvivere in un mondo ostile. Bisognava rafforzare questi valori e accompagnarli sempre più avanti sui sentieri dell’autogestione, dell’autodeterminazione, dell’amicizia liberatrice. Non regalare nulla perché l’elemosina umilia, non aiuta a liberarsi.

 

Fu difficile incontrare e formare educatrici ed educatori – noi li chiamiamo accompagnatrici ed accompagnatori – convinti che le ragazze e ragazzi di strada sono capaci di gestire un loro movimento.

 

Dopo molte difficoltà, insuccessi e regressioni, siamo riusciti a formare un movimento autogestito nel quale tutte le decisioni sono prese dai ragazzi e ragazze mentre noi adulti siamo consiglieri che partecipano alle discussioni ma non alle decisioni. Ogni anno un’assemblea delle ragazze e ragazzi del MOJOCA (movimiento de jóvenes de la calle) elegge un comitato di gestione di nove membri, in maggioranza ragazze, incaricati di attuare i programmi discussi e decisi in assemblea. Ogni gruppo del MOJOCA è autogestito. Il nostro movimento propone un programma molto diversificato e un processo educativo diviso in quattro parti. Nella prima fase si lavora in strada per prendere contatto con i gruppi, decidere con loro cosa fare (cura della salute, dell’ igiene personale e del luogo dove si vive, alfabetizzazione, organizzazione per difendersi contro le violenze, discussione, attività espressive e giornate sportive).

 

Le ragazze e i ragazzi che lo vogliono entrano nella seconda fase che si svolge nella casa dell’amicizia. La mattina dopo essersi fatti la doccia, aver lavato i loro indumenti e aver fatto colazione, frequentano la scuola elementare, dopo il pranzo ci sono laboratori di iniziazione al lavoro, un pomeriggio di lettura e scrittura e un altro di attività sportive.

Quando decidono liberamente di uscire dalla strada, le ragazze possono entrare nella casa dell’ 8 marzo ed i ragazzi nella casa degli amici. Molte delle giovani donne che vivono nella casa sono in cinta o hanno dei figli, perché la maternità è una forte motivazione per uscire dalla strada. Gli abitanti decidono le regole della convivenza e la ripartizione dei lavori, ricevono una formazione alla vita autonoma, imparano a gestire il bilancio della casa, a pulirla, ad educare i figli e a convivere in amicizia.

 

Quando sono pronte chiedono di entrare nella quarta tappa, quella della vita indipendente. Ricevono un aiuto per affittare una camera e comprare mobili ed oggetti necessari per la vita quotidiana. Possono chiedere un aiuto per cercare un lavoro dipendente o creare una microimpresa, ricevono una borsa di studio o di formazione professionale e un piccolo aiuto per la scolarità dei loro bambini.

 

In questa tappa le ragazze e ragazzi formano gruppi di auto-aiuto.

Infine, le bambine e i bambini fanno parte del gruppo delle “farfalle” come hanno voluto chiamarsi.

Sono seguiti dal punto di vista psicologico e sanitario. Partecipano ad attività formative indirizzate soprattutto a favorire relazione di amicizia tra di loro. Per noi questo gruppo assume una grande importanza perché pensiamo che se i bambini evitano le esperienze dei loro genitori, la violenza e gli stupri, se sono educati con tenerezza e frequentano la scuola, sarà possibile rompere il circolo vizioso che fa si che uno che ha vissuto in strada vi ritorna facilmente in caso di difficoltà.

 

Il MOJOCA offre anche una serie di servizi per le ragazze e ragazzi che vivono in strada o ne sono usciti: servizio psicologico, indispensabile per tentare di sanare i traumi dell’infanzia e della vita in strada che spesso bloccano i tentativi di una vita diversa; Un servizio giuridico per aiutare ad avere la carta d’identità e gli altri documenti necessari per inserirsi in società; un servizio sanitario con un’infermiera che da le prime cure, accompagna chi ne ha bisogno all’ospedale dove facilmente sono respinti o trascurati; una mensa per chi partecipa alle attività e un servizio amministrativo e di manutenzione delle case e dei materiali.

 

Ma il MOJOCA è anche una associazione che tenta di migliorare la società a livello locale ed internazionale. In Guatemala lavoriamo in rete soprattutto con organizzazioni politiche che lottano  per la difesa dei diritti umani con associazioni femministe e con il movimento popolare. Partecipiamo alle manifestazioni del primo maggio, dell’ otto marzo ed eravamo presenti al Social Forum delle Americhe. Facciamo interscambi con altri paesi dell’America Centrale e Latina e anche con l’Europa. Nel 2007 due rappresentanti del MOJOCA erano presenti all’Onu dei giovani organizzato a Terni dalla Tavola della Pace.

 

Le mie parole potrebbero generare l’impressione che tutto sia facile e perfetto; al contrario tutto è difficile ed è necessario ricominciare ogni giorno per rimanere fedeli ai nostri principi fondamentali di autodeterminazione, autogestione e dell’amicizia liberatrice. Siamo una piccola associazione fragile che vive nel transitorio e nell’insicurezza in un paese dominato dalle organizzazioni criminali, in cui i 2/3 della popolazione vivono nella povertà o addirittura nella miseria.

 

Tentiamo di contribuire con molte altre realtà di base a creare un’altra alternativa dal progetto di morte della globalizzazione neo-liberista. Una tale alternativa non può essere elaborata solo partendo da un’analisi della società attuale ma esige la scelta di valori e di principi alternativi.

 

Il nostro metodo educativo si sviluppa a partire da tre principi fondamentali:

 

Pensiamo che solo un progetto globale di amicizia possa sostituire il progetto dominante. L’amicizia è l’antitesi della violenza, la forma più nobile delle relazioni umane e tra i popoli perché significa rispetto, uguaglianza, condivisione, aiuto e tenerezza. L’amicizia quando è vera diventa un atteggiamento amichevole verso tutte le persone, anche verso quelle che combattiamo.

 

 Il secondo principio è il rispetto di ogni persona, che vuol dire rispetto dei suoi sogni, della sua libertà. La nostra pedagogia, è una pedagogia della fiducia. Nella casa del MOJOCA era scritto in grande una frase che spesso si sente nei gruppi di strada: (aquí nadie manda a nadie) “Qui nessuno comanda nessuno” è l’antitesi di tutto il sistema sociale dominante. Dove i grandi della Terra comandano i piccoli della Terra.

 

Il terzo principio è quello dell’autogestione, la convinzione che le ragazze e ragazzi di strada hanno le capacità, l’intelligenza, i valori che permettono loro di dirigere il proprio movimento e di partecipare a un cambio di società. Per la pedagogia della liberazione le persone più povere, più escluse e umiliate sono quelle che sono più capaci di cambiare il mondo. Solo queste persone possono liberare e migliorare la società liberandosi. Non possiamo noi regalare a loro la liberazione ma solo appoggiarli essendo allo stesso tempo aiutati da loro nella lotta di liberazione e di ricerca della felicità.

 

Nel nostro processo educativo un posto fondamentale è riservato all’educazione e alla formazione integrale come mezzi necessari per la liberazione degli esclusi. Vogliamo aiutare ogni giovane a formare un pensiero critico ed autonomo, a liberarsi dal “pensiero unico” che vuole imporre il sistema dominante affinché non ci siamo dissensi.

 

Non è possibile trattare in un solo dibattito di come avviene il processo di coscientizzazione che abitualmente avviene durante l’adolescenza.

 

Questo processo inizia generalmente con un incontro significativo   con una persona con la quale ci si può identificare. L’amicizia infatti dà una risposta a molte necessità e l’amico diventa modello di vita, l’amicizia libera le persone stesse che si comportano con amicizia: l’amicizia è amore di noi stessi prima di essere amore degli altri. La mancanza di amicizia è una ferita interiore che limita gravemente la libertà, senza amicizia ci si sente infelici, pieni di rancore e di invidia e queste sofferenze sono un ostacolo ad avere delle relazioni con gli altri, nella famiglia e nella società. L’amicizia libera perché ti fa sentire importante per un’altra persona e promuove l’autostima e la fiducia in se stessi. L’amicizia facilita la libertà perché rispetta l’autonomia, non comporta disuguaglianze e superiorità. Inoltre con una persona amica è possibile esprimersi, dire ciò che si sente, confidare i propri problemi e ansietà, questo favorisce la salute mentale e l’equilibrio emotivo. L’amico ti ascolta con attenzione ed interesse, non giudica, ti accetta come sei e questo ti aiuta ad accettarti, a valorizzare la tua vita. L’amicizia libera e amplifica la mente perché permette il confronto con gli altri in una relazione di uguaglianza, nessuno impone la sua opinione e i vari punti di vista sono confrontati e approfonditi. L’amicizia permette di conoscere le persone ed i loro sentimenti, aiuta a crescere, la persona amica consiglia, critica ed è ascoltata perché le sue parole sono dettate dalla benevolenza. L’amicizia aiuta anche a non essere soffocati dal sentimento di solitudine.

 

L’amicizia è un potente aiuto nella presa di coscienza e nelle identificazione con un movimento di liberazione.

 

Abitualmente tuttavia il processo di coscientizzazione non avviene nel rapporto con una sola persona ma all’interno di un gruppo. Il gruppo assume una importanza fondamentale nella vita dei giovani. Per questo il MOJOCA lavora sempre con gruppi che siano della strada o quelli di vari programmi della nostra organizzazione.

 

Come si sviluppa il processo di coscientizzazione e di organizzazione dopo che si siano costruite relazioni di amicizia all’interno di un gruppo? Essenzialmente con il dialogo, che è l’attività più comune nei gruppi dei giovani, anche se molti parlano solo di argomenti futili e superficiali.  Nel dialogo di coscientizzazione si affrontano i temi, i problemi della vita quotidiana: i problemi in famiglia, la mancanza di lavoro, l’impossibilità di trovare un’abitazione, le violenze subite ecc. e poco alla volta l’animatore orienterà per cercare le cause di questi problemi e possibili soluzioni. Ai giovani piace molto parlare di se stessi quando si sentono ascoltati con rispetto e non giudicati. La necessità di esprimersi, di essere ascoltati con attenzione è fondamentale per ogni persona che vuole essere riconosciuta nella sua unicità e  uscire dall’anonimato e dall’uniformità che cancellano l’individualità.  

 

Un’altra tappa importante nella presa di coscienza è l’inizio di azioni per risolvere un problema concreto.  Senza azione non c’e presa di coscienza. Il passaggio all’azione è molto complesso: inizia con l’analisi del problema e con la pianificazione dell’azione che comporta la definizione degli obiettivi che si vogliono raggiungere, la descrizione delle varie tappe delle azioni e dei mezzi da utilizzare e una valutazione critica della medesima quando è terminata.

Un’azione non può essere isolata se non programmata per poter raggiungere obiettivi sempre più importanti.

 

Diventare una persona cosciente, responsabile di se stessa e degli altri non è per nulla facile perchè non è solo un processo mentale ma una ristrutturazione della persona, della sua identità, del suo sistema dei valori, dei suoi progetti di vita, delle relazioni con gli altri, della sua visione del mondo.

 

La formazione di movimenti di giovani capaci di cambiare il corso della storia è una sfida apparentemente irraggiungibile perché la forza del sistema dominante sembra invincibile, però se noi non cerchiamo di realizzare l’impossibile, non possiamo cambiare ciò che esiste.

 

La storia non è finita, un altro mondo è possibile e non si può costruire senza la partecipazione delle ragazze e dei ragazzi. È compito loro resistere alla dittatura mondiale del danaro e inventare un mondo nuovo, di amicizia, un mondo in cui nessun bambino o giovane sia costretto a vivere nell’umiliazione della strada, un mondo in cui le strade siano liberate dalle macchine che uccidono le città e diventino il   luogo di incontro e di amicizia.

 

Gérard Lutte